Alla ricerca di qualcosa d’irraggiungibile.

Mestoli e spezie erano in perfetto ordine sulla cappa in acciaio, mentre, sulla tavola, due piatti bianchi con pois rossi e altrettanti bicchieri attendevano il pranzo. Un delicato aroma di pane e di ragù riempiva la stanza.
La donna attraversò la cucina, superò il divano in tessuto grigio e raggiunse il cordless nella grande sala da pranzo.
“Pronto” disse, con voce trafelata.
La luce, che entrava dalla porta a vetri, illuminò il lungo tavolo in legno, rivelando delle tracce di polvere. La donna si apprestò a catturarle col panno con cui si era asciugata le mani.
“Pronto, Isabelle,” una voce maschile arrivò dalla cornetta, “Allie è già rientrata?” una breve pausa e poi, senza attendere ulteriormente, “Devo andare, ci vediamo per cena. Ciao.”
“Ciao” rispose Isabelle al suono intermittente del telefono ormai privo di comunicazione.
Si morse il labbro inferiore e strinse, con maggiore forza, il cordless. Era magra, con capelli corvini, corti e ondulati, e con penetranti occhi color caramello. Abbandonò il telefono sul tavolo, recuperò il panno e tornò in cucina.
La stanza era ampia e luminosa. Il trillo del timer avvisò che la cottura era ultimata. Isabelle prese il guanto da forno verde, con stampata sul dorso la manina di Allie in prima elementare, e sentì una voce dall’ingresso: “Mamma, sono arrivata!”
Poco dopo, spuntò la faccia paffuta di una quattordicenne.
“Ciao amore,” disse la donna, mentre estraeva le lasagne dal forno, “com’è andata a scuola?”
Allie Sherry era una ragazzina mora con occhi chiari, fianchi larghi e spalle strette. I suoi chili di troppo erano evidenti, soprattutto sull’addome e sulle guance.
“Cosa c’è per pranzo?” rispose, sedendosi a tavola.

Nel silenzio, Isabelle tagliò con cura due fette di lasagne fumanti e le ripose nei piatti, mentre Allie guardava il cellulare. Finito il pranzo, la ragazza si alzò da tavola e la salutò. Doveva uscire con le amiche, ma sarebbe rientrata in tempo per la cena.

Dopo essersi assicurata che l’intera casa fosse in ordine, Isabelle decise di prepararsi per andare al supermercato. Salì in camera ed indossò un abito dopo l’altro. “Cosa direbbe di questa scollatura? E di questo colore sgargiante?” Il pensiero della vicina di casa, la signora Thompson, la tormentava.

La villetta di due piani, al 43 di North Lionel Road, nella periferia di Londra, era la prima di un agglomerato di tre edifici identici. Il piano terreno era rosso mattone, mentre quello superiore era bianco, come le grosse finestre a riquadri ed il portone d’ingresso.
Di fronte a casa Sherry vi era un giardino curato, circondato da una staccionata in legno di larice, che continuava nella proprietà attigua diventando di mattoncini beige e che terminava, nell’ultima parte dell’imponente edificio, con dei vecchi paletti ingrigiti dal tempo.
Nella villa centrale, la signora Thompson, aveva aggiunto un porticato in ferro, mentre Isabelle aveva preferito una siepe abbastanza alta da impedire, ad occhi indiscreti, di sbriciare nella sala da pranzo che dava sul cortile. Stratagemma che la signora Thompson aveva aggirato, posizionandosi sotto il porticato in attesa di vedere uno dei vicini uscire o rientrare.
L’ultima villetta gemella apparteneva ad una famiglia di origine greca, che non voleva essere disturbata neppure per le regole del “buon vicinato”, come la signora Thompson era solita sottolineare.

Dopo aver svuotato l’armadio, Isabelle scelse un classico tailleur beige ed uscì di casa. Discese il piccolo gradino che la divideva dal viottolo del giardino, raggiunse la staccionata ed aprì il cancelletto, cercando di non incrociare lo sguardo della vicina. Una volta uscita, il profumo di erba appena tagliata, proveniente da Gunnerbury Park, le ricordò l’ultima volta che si era seduta vicino al laghetto ed aveva letto uno dei tanti libri che le permettevano di viaggiare con la fantasia

Il Sainsbury’s Market era poco distante, così decise di raggiungerlo a piedi. Il passo di Isabelle fu rapido, finché non si rese conto di non avere fretta e decise di rallentare. Svoltò in Popes Lane, dove le auto sfrecciavano alla sua sinistra. Un taxi nero trasportava alcuni visitatori provvisti di macchina fotografica. Le loro espressioni beate fecero crescere un sorriso sul volto di Isabelle. Una berlina blu correva a velocità folle. Isabelle riuscì a distinguere solamente dei capelli biondi che ondeggiavano in balia del vento.

Mentre passeggiava, la donna si immaginò le mete di quei passanti frettolosi, ma soprattutto le loro vite.

Superò il grande cimitero del quartiere, un enorme giardino dove si stagliavano grosse lapidi più o meno bianche, in memoria di coloro che venivano puntualmente dimenticati, e raggiunse il supermarket. L’insegna rossa e arancione, colori che identificavano tutti i Sainsbury’s stores, riportava gli orari di apertura del negozio. La porta a vetri rifletté l’aspetto della donna, prima di aprirsi e di permetterne l’ingresso. Isabelle si diresse sicura tra gli scaffali, prese l’arrosto di vitello, del pane, una bottiglia di vino rosso e poche altre cose. Poi, si mise pazientemente in fila alla cassa. La ragazza davanti a lei iniziò a caricare i prodotti sul nastro trasportatore. Aveva capelli castani ondulati, dei jeans aderenti ed una camicetta rosa. Chinandosi, per prendere l’insalata nel cestino, fece cadere i lunghi capelli sulla spalla sinistra e le corna di un diavolo spuntarono dal colletto.

Molti anni prima, seduta nella sala d’attesa di un tatuatore, Isabelle aspettava il proprio turno. Il divano in pelle nera le rendeva l’attesa confortevole, mentre sfogliava un book alla ricerca del disegno che, da lì a un quarto d’ora, le sarebbe stato impresso per sempre sulla pelle.
“Che ne dici di questo?” chiese alla sorella maggiore.
Lei increspò leggermente le labbra e suggerì: “Qualcosa di più piccolo?”
“Nicole, sembri papà!” rispose Isabelle irritata.
“Papà direbbe molto peggio,” si giustificò la ragazza, “con un dragone sul polso, tutti penseranno che sei una drogata!”
Isabelle non rispose e continuò a guardare le immagini sul libro, adesso posato sulle sue ginocchia.

La cassiera del supermercato richiamò l’attenzione della donna: ”Ha la carta fedeltà?”
Prontamente Isabelle le porse la tessera rossa e si guardò il polso ancora candido.

Uscita dal supermarket, si diresse verso la fermata del bus. Le due buste della spesa e i ricordi d’infanzia le avevano tolto la voglia di passeggiare. Una volta arrivata in South Ealing Road, Isabelle si sedette sull’instabile panchina rossa. Sull’asfalto, la scritta gialla “Bus Stop”, ormai sbiadita, indicava il punto dove l’autista si sarebbe fermato. Isabelle attese in silenzio stringendo i sacchetti di carta beige, dove la carne e il vino si stavano scaldando. Una signora, stranamente abbronzata per quel periodo, si sedette al suo fianco. Isabelle l’aveva notata mentre si avvicinava con passo sicuro. Indossava una tuta blu con ricami in raso e delle scarpe da corsa. Una penna stilografica le penzolava sul petto, legata ad una collana in tessuto rosa. Poco lontano, una giovane coppia si baciava e parlava sottovoce.
All’arrivo del bus, Isabelle si alzò, ma prima che potesse avvicinarsi al mezzo, la donna seduta al suo fianco le strinse la mano, lasciandole un bigliettino e pregandola di andare a quell’indirizzo il prima possibile. “Ti cambierà la vita!” le aveva detto con un’espressione talmente sicura e sentenziosa, che Isabelle si ritrovò a stringere con forza il biglietto, mentre saliva sul bus seguita dalla giovane coppia. Attese che il veicolo si fosse allontanato e che la panchina rossa, con la strana donna ancora seduta, fosse sparita. Poi si sedette e lesse il biglietto ormai grinzoso: “La Bancarella delle risposte ti attende in Portobello Road”. Sul retro era riportata una piccola mappa con le indicazioni per rintracciare una delle innumerevoli bancarelle di uno dei mercati più grandi e famosi al mondo.
Isabelle lesse più volte il biglietto. Lo girò e rigirò tra le mani, mentre, con le braccia, teneva strette al petto le buste della spesa. “Ti cambierà la vita” sentiva ripetere nella testa.
Il campanello del bus la riportò nel Popes Lane, dove scese e tornò a casa. Il biglietto, un po’ meno spiegacciato, in tasca.

Sul vialetto, udì la voce acuta della signora Thompson: “Salve, signora Sherry, ha fatto tardi oggi!” Nelle sue parole c’era un malcelato compiacimento. “Eppure non ha alcun motivo per nascondere la sua antipatia,” pensò Isabelle, “o forse sì? Del resto le sue regole di “buon vicinato” non le permettono comportamenti scortesi.”
“Salve signora Thompson, ho deciso di fare una passeggiata.”
L’interrogatorio proseguì, finché Isabelle non riuscì a svincolarsi.

Rientrata a casa, sistemò la spesa e si cambiò d’abito. Appese il tailleur nell’armadio, indugiando leggermente prima di chiuderne le ante, poi tornò in cucina e iniziò a preparare la cena, con la mente altrove.

Frank rientrò a casa e trovò la moglie, Isabelle, seduta alla tavola apparecchiata. Il suo volto era illuminato solamente dalla luce del forno che cuoceva il roast-beef.
“Ciao caro, com’è andata al lavoro?” chiese accendendo la luce.
“La cena è pronta?” ribatté lui, mentre si lavava le mani. “Allie è rientrata?” continuò, sedendosi a tavola.
Isabelle fece un cenno con la testa. “La vado a chiamare.”
Uscì dalla stanza e salì le scale. Si fermò davanti ad una porta, fece un bel respiro e bussò.
“Allie, la cena è pronta ed è arrivato papà.”
La porta si aprì e la ragazzina uscì dalla propria stanza. Entrambe tornarono in cucina. Allie si sedette accanto al padre, mentre Isabelle servì la cena in silenzio.

Il rumore della pioggia.
Sul volto della donna si aprì un sorriso, ma nessuno lo notò e la cena si concluse in fretta. Allie si rinchiuse nella propria stanza e l’uomo decise di guardare un dvd in camera.
Isabelle riordinò schizzando da un lato all’altro della cucina. Una volta terminato, salì le scale a due a due e attese un istante di fronte alla porta della camera matrimoniale. Entrò: l’uomo era addormentato nel letto sfatto, gli abiti abbandonati sul pavimento e la televisione accesa. Isabelle spense la tv e si preparò per la notte. Il picchiettio della pioggia sul tetto alimentava la sua impazienza. Si infilò sotto le coperte, senza dormire. Attese, finché la sveglia non segnò le ore 01:00, poi indossò un abito variopinto, la vestaglia ed uscì dalla stanza. Con passo felpato, raggiunse la camera di Allie e si assicurò che la ragazzina stesse dormendo. Poi scese silenziosamente le scale. Avrebbe voluto correre, ma si costrinse a rallentare. Arrivata all’ingresso, si disfece di ciabatte, vestaglia e fede nuziale. Aprì la porta ed uscì in giardino.
La luna crescente illuminava il prato bagnato, che le produceva un piacevole solletico ai piedi. Isabelle danzò, mentre la pioggia le bagnava i capelli, il volto e l’abito.

Il mattino seguente, tutto era in perfetto ordine: Isabelle indossava i consueti abiti da casa e preparava pane tostato e bacon per Frank e uova strapazzate per Allie.
Dopo aver fatto colazione, Frank si recò al lavoro, mentre Allie salutò la madre e prese la bici per andare a scuola. Isabelle riordinò la cucina e salì in camera da letto. Prese, dalla tasca della giacca, il biglietto, ricevuto il giorno prima. Lo tenne stretto fra le mani congiunte, mentre si sedeva sul letto. Poi lo aprì lentamente e rilesse l’invito, che ormai conosceva a memoria. Lo lesse e rilesse ancora, fino a convincersi che doveva tentare. Indossò il solito tailleur e si diresse nel bagno, dove si ravvivò i capelli, si lavò con cura i denti e si diede un tocco di fondotinta. Mentre Isabelle usciva di casa, la signora Thompson era alle prese col postino, che le stava raccontando alcuni pettegolezzi. La donna affrettò il passo e raggiunse la fermata del bus. Attese pochi minuti e vide arrivare l’E3. Salì a bordo e si sedette dietro al conducente, un uomo dalla carnagione chiara, ricoperta di lentiggini. Isabelle si soffermò ad osservarlo dal grosso specchietto retrovisore: aveva capelli biondo ramato ed un grosso paio di occhiali, che pesavano sul piccolo naso ricurvo.
Il tragitto per raggiungere Acton Town Hall le sembrò più breve dell’ultima volta. Scese e attese il bus 70 che l’avrebbe portata, finalmente, a Portobello Road.
Sull’asfalto, vi era lo stesso colore giallo sbiadito della South Ealing, però, questa fermata, era priva di panchina. Si trattava di una semplice insegna, con orari e itinerari delle varie linee di trasporto.
“Bus 70 ore 10:37”. Isabelle guardò il display del cellulare e calcolò il tempo che avrebbe dovuto trascorrere in piedi. Attese sbirciando, di tanto in tanto, il bigliettino nascosto nella tasca della giacca e pensando a quale domanda porre alla bancarella delle risposte.

Scese alla fermata “Portobello road” e, dopo aver svoltato un paio di vicoli, si ritrovò in una strada invasa da turisti. Isabelle si fece spazio fra le bancarelle di libri usati, abiti vintage, antiquariato e molto altro. Estrasse il bigliettino dalla tasca e ne osservò la mappa. Dopo aver individuato un punto di riferimento, si diresse verso sud e raggiunse la zona finale del mercato. Lì, le indicazioni riportavano il nome di una libreria, “Our Books”, dove avrebbe dovuto svoltare a sinistra. Isabelle seguì minuziosamente le istruzioni, ma non riuscì a trovare la bancarella. Guardò nuovamente il biglietto e tornò alla libreria. Una grossa insegna blu riportava lo stesso nome trovato sulla mappa. Dalla vetrina era possibile distinguere libri, nuovi e usati, impilati vicino ad un registratore di cassa. Isabelle lasciò il rumore della strada e si immerse nella calma della libreria.

Le due commesse erano le proprietarie della piccola attività. Entrambe avevano capelli grigi raccolti in un elegante chignon. Una era leggermente più alta e indossava degli occhiali lilla con catenella a palline, l’altra aveva un naso appuntito e dei grossi orecchini azzurri.
“Salve,” disse Isabelle, “sto cercando una bancarella.”
Le due donne si guardarono complici e sorrisero.
“Beh signora, credo che qua fuori ne potrà trovare quante ne vuole!” rispose una, togliendosi gli occhiali e lasciandoli penzolare sul petto.
“Che genere di bancarella sta cercando?” chiese l’altra, avvicinandosi.
Isabelle stringeva ancora tra le mani il bigliettino, ma attese che la donna fosse ulteriormente vicina prima di mostrarglielo. La vecchietta, che si era presentata come Magda, la guardò dritta negli occhi: “Conosciamo molto bene quella bancarella. Anche noi ne abbiamo avuto bisogno!” Poi fece una lunga pausa ed il suo sguardo si alzò verso il soffitto e andò oltre le travi in legno. Anche l’altra signora, incuriosita, si avvicinò e riconobbe il biglietto, adesso tra le mani della socia. “Sì cara, la conosciamo,” disse riposizionando gli occhiali sul naso, “deve uscire di qui ed imboccare il vicolo alla sua destra, dopo 50 metri troverà ciò che cerca. Non può sbagliare!”
Isabelle ringraziò le donne e tornò nel caos del mercato, dimenticando il biglietto nella libreria.

Il vicolo indicato era invaso da bancarelle con fiori: rose, girasoli, gladioli e altre specie, di cui Isabelle non ricordava i nomi, si fondevano in un unico mare di colori. La donna procedette con velocità e, superata l’ultima macchia variopinta, vide, poco distante, una folla attorno a quella che doveva essere una bancarella. Si fece strada fra i tanti uomini e donne ammassati alla ricerca di qualcosa d’irraggiungibile. Improvvisamente, si ritrovò vicina al bordo della bancarella in legno. Alzò lo sguardo ed incrociò quello dell’uomo che stava dall’altro lato di quel tavolone.
“Salve, lei cosa desidera?” le chiese, mentre un lieve sorriso faceva capolino sotto i folti baffi neri. Era alto e magro. Indossava una camicia rosa pallido, un completo blu ed un cappello a cilindro dello stesso colore. Dalla tesa spuntavano alcuni riccioli neri che gli incorniciavano il viso. Un bigliettino, esattamente identico a quello che aveva ricevuto Isabelle, era infilato nella fascia di raso del cilindro.
“Vorrei…” sussurrò Isabelle.
Raggiungere quella bancarella non era stato facile, ma dare una risposta a quell’uomo era ancora più difficile.
“Io, voglio sapere” una voce femminile si levò dalla folla. Isabelle si voltò. La donna era alta e prosperosa. Indossava un cappotto di pelliccia grigia, corto e con maniche a tre quarti, che lasciava in mostra l’orologio di lusso e i vistosi bracciali in oro.
“Come posso rimanere con mio marito dopo l’ennesimo tradimento?” continuò tutto d’un fiato.

Isabelle si stupì della franchezza della donna: non aveva colto nessun imbarazzo nella sua voce, sebbene avesse dichiarato che il marito aveva intrattenuto rapporti extraconiugali. Ricordò le promesse che lei e Frank si erano scambiati il giorno del matrimonio, nella chiesa di Eltham Park.
“Non mi tradirebbe mai!” pensò, poi la raggiunse la consapevolezza che Frank non somigliava più all’uomo che aveva sposato.

“Perfetto” aveva risposto l’uomo dal cilindro, poco prima di inspirare profondamente e trattenere quel respiro con tutte le sue forze.
Il suo volto, ormai violaceo, si contrasse in una smorfia di dolore, prima di sputare la risposta tanto attesa: “Suo marito è il più famoso avvocato divorzista della città.”
A quelle parole, la signora sbarrò gli occhi, incredula. Il nugolo di spettatori attorno a lei si era zittito ed attendeva una sua reazione. Dopo aver riflettuto, la donna sfoderò un sorriso soddisfatto ed estrasse 100 Sterline dal portafogli. Si apprestò a consegnarli al venditore ambulante, mentre le persone tornarono a parlottare, esaltandone le doti.
“Ma non è giusto, lei deve lasciarlo!” Isabelle gridò quelle parole con tutta la sua rabbia, ma nessuno sembrò farci caso.
Soltanto il mercante puntò il dito indice verso Nord e disse: “Signora, la bancarella della giustizia è in fondo alla strada.”

Isabelle si ricompose e senza aggiungere altro se ne andò. Mentre si perdeva tra la folla, nuove domande venivano rivolte all’uomo delle risposte.

 

Alla ricerca di qualcosa d’irraggiungibile

Martina

1 comment for “Alla ricerca di qualcosa d’irraggiungibile.

  1. Massi
    23 maggio 2016 at 14:33

    Alla ricerca di qualcosa d’irraggiungibile ricorda una canzone di De Gregori che dice ” Ditele che la perdono per averla tradita”. Isabelle incolpa il marito per essere diventata lei stessa una fedigrafa. Ci sta. Bello l’uso dell’imperfetto. Troppe descrizioni facciali, avrei lasciato un po’ più al lettore la ricostruzione degli aspetti fisici. Se i capelli sono “corvini” (allusione animalesca) allora gli occhi sono color d’attesa o chessò, sono abissi di lontananza o cose così. Bel racconto

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