Caffè panna e cannella

Caffè panna e cannella

Era un tiepido pomeriggio di febbraio e il Buster Coffee, in Piazza San Secondo, nel cuore di Asti, era affollato, sia dentro che fuori: dopo tanta pioggia, tutti volevano approfittare della bella giornata. Il cielo era tornato di un azzurro intenso mentre il sole, senza alcuna paura di splendere, invadeva la città. Accanto al municipio, la Collegiata di San Sepolcro, dedicata al santo patrono, con quella caratteristica facciata di mattoncini rossi sembrava sovrastare ogni cosa. Marika osservava la piazza, innamorata: amava ogni anfratto della sua città, ma quello era senza alcun dubbio il suo luogo del cuore.
Si sedette su una delle panchine che davano le spalle alla basilica, la faccia rivolta verso il sole. Chiuse gli occhi come se volesse isolarsi dal resto del mondo intanto che aspettava Elisa, la sua amica “maggiore”, come scherzosamente amava definirla. La conosceva da circa 5 anni, era più grande e sentimentalmente molto più incasinata di lei con una storia stabile da tempo immemore.
Marika, stanca e un po’ abbattuta, aveva appena consegnato l’ultimo pezzo di cronaca sul maltempo degli ultimi giorni per La Gazzetta d’Asti con un’ intervista agli inquilini evaquati di un palazzo sul Tanaro dichiarato inagibile. Non era stato facile affrontare la disperazione di quelle persone, figuriamoci intervistarle. Provò a mantenere un professionale distacco senza riuscirci, ed ora, causa il ritardo di Elisa, le ritornavano alla mente il Signor Bicchi, che non aveva ancora terminato di pagare il mutuo e non era riuscito a trattenere le lacrime durante l’intervista e la portinaia, la signora Fiammetta, che le si avvicinò appena Marika ebbe riposto il registratore in borsa :
– Come farò adesso? – domandò agitata – Dove andrò? Qui ci vivevo e lavoravo. –
Ripensando alla sua reazione, Marika si sentì stupida: scrollò le spalle e sorrise dolcemente, dicendo :
-Vedrà che il Comune …
Subito la signora Bicchi la interruppe.
– Il Comune? È colpa loro se sono in questa situazione!

All’improvviso una bella donna, alta e formosa, in jeans, stivali rasoterra e piumino nero, le si avvicinò e iniziò a punzecchiarla con il dito indice. Marika trasalì e si alzò in piaedi. Elisa scoppiò a ridere.
– Ma sei impazzita? – Marika provò a rimanere seria, ma non vi riuscì.
-Scusa il ritardo! – disse Elisa – Andiamo subito, ho troppa fame e un sacco di cose da raccontarti!
Prese Marika per un braccio e la trascinò fino al tavolo del Buster Coffee che Elisa aveva fatto riservare dai proprietari. Marika amava questa capacità di Elisa di fare facilmente amicizia con tutti e di essere adorata da chiunque avesse passato con lei anche solo una serata. Un po’ la invidiava per questo.
Finalmente sedute ad uno dei piccoli tavoli quadrati in ferro battuto della pedana esterna, tra un boccone di insalata e un bicchiere di vino bianco, Elisa cominciò a raccontare ogni minimo dettaglio del suo ultimo fallimento amoroso mentre Marika ascoltava concentrata e divertita. Interrompeva l’amica soltanto per darle qualche consiglio e puntalmente Elisa, giustificandosi con una qualunque scusa, le faceva intuire che, come al solito, non le avrebbe dato retta.

Il cameriere, finito di sparecchiare un tavolino, stava rientrando nel bar col vassoio ricolmo di piatti e bicchieri, quando fu richiamato da un ragazzo seduto di spalle, distante pochi tavoli dietro Elisa.
– Scusi? Un caffè con panna e cannella, per favore! – ordinò a voce molto alta, sollevando un braccio per farsi vedere meglio, distraendo Marika dall’avvincente racconto di Elisa.
“Non può essere”, scorse oltre la testa color mogano e perfettamente liscia di Elisa , per capire se avesse ragione, “Quel caffè con panna e cannella non lo sento ordinare dai tempi di…”
Elisa parlava ma Marika non ascoltava più, sicura che si trattasse proprio di lui.

In un attimo si sentì piccola e imperfetta, come quando era una liceale. Era sempre stata un disastro: imbranata fin da piccola, cicciottella e mai abbastanza carina, se paragonata alle amiche. Quando iniziò a frequentare il liceo classico, le sue insicurezze si moltiplicarono : i compagni la prendevano in giro per quelle curve sparse casualmente sul suo corpo. Alcune avevano trovato la giusta posizione, ma altre erano senza dubbio fuori posto. Lei, cosciente di quella sovrabbondanza, si nascondeva sotto maglioni deformati, che la facevano apparire più goffa e voluminosa di quanto non fosse.
Toccò il fondo con l’arrivo in classe di Simone, non il più carino della scuola, ma per lei il più affascinante : alto, magro, capelli corvini raccolti in una coda di cavallo e occhiali da finto intellettuale. Il classico tipo alternativo che non amava studiare e a 17 anni, si era ritrovato nella stessa classe di Marika, che aveva 2 anni di meno, per la gioia di tutte le ragazze, ammaliate dai suoi modi di fare, tanto insopportabili per i professori, quanto affascinanti per il genere femminile. Quando il primo giorno di scuola arrivò in 1° C, per poco la ragazza non svenne. Le compagne, che sapevano della sua cotta, iniziarono a lanciarle occhiatine maliziose, mentre lei avrebbe preferito rifugiarsi in un’altra sezione. Come avrebbe fatto a parlare durante le interrogazioni, sapendo che lui l’avrebbe ascoltata? E come avrebbe potuto sopportare gli sfottò dei compagni, già difficili da digerire in una situazione normale? Più ci pensava, più arrossiva e il respiro si faceva affannoso.
Marika era ossessionata da Simone dal primo momento in cui lo aveva visto, sul pullman diretto a Roma, per la gita d’istituto, un anno prima. Lui era seduto su uno dei sedili consumati con l’immancabile coda di cavallo, le cuffiette conficcate nelle orecchie; Marika si trovava a distanza talmente ravvicinata da riuscire a riconoscere la musica che sta ascoltando : l’ultimo album dei Sottotono, che a lei neppure piacevano.Tuttavia si ritrovò, a comprarne il cd, con l’intento di farsi notare da lui, che, invece, neppure se ne accorse. Al loro rientro, il passatempo preferito di Marika divenne spiarlo, così si ritrovò sempre più spesso a seguirlo al bar davanti a scuola, dove, tutti i giorni, ordinava un caffè con panna e cannella. Una volta fu persino costretta a prestargli i soldi, dato che aveva svuotato il portafogli per fare un regalo alla fidanzata di turno.

Nonostante si fosse alzato un po’ di vento nella piazza, Marika si sentì avvampare. Si controllò la scollatura e notò che, come sempre quando provava forti emozioni, la pelle candida del decolté si era riempita di piccole chiazze rosse, che mano a mano andavano ad uniformarsi al colore del viso. Bevve un sorso d’acqua fresca, per riprendersi da quei ricordi che per anni aveva accantonato e che, tutto ad un tratto, erano tornati a conficcarsi nel suo stomaco.
-Ti rendi conto che sono stata tutto il sabato sera ad aspettare una sua telefonata?- biascicò Elisa, noncurante di avere la bocca piena – Mi sono sentita così stupida quando Laura mi ha detto che, invece, era in giro con quei disgraziati dei suoi amici!- la ragazza continuò il suo racconto e Marika provò a focalizzare l’attenzione su di lei, che per poco non si metteva a piangere. Tuttavia era attratta da quella testa, poco più in là, piena di capelli neri, non più raccolti, ma lasciati liberi di muoversi sulle spalle di un corpo, un tempo esile, ma oggi irrobustito dagli anni e forse da qualche birra di troppo.
Davanti a lui, una bella ragazza, anche lei sulla trentina, capelli castani con colpi di sole dorati in piega impeccabile, unghie laccate di rosso, ma per nulla volgari, che ogni tanto soreggiava un’acqua minerale. Pensò fosse proprio il tipo adatto a lui : magra e dai lineamenti perfetti, non aveva nulla da invidiare ad una modella. Esattamente il tipo che lei non era e non sarebbe mai potuta diventare.
Poi lo sentì ridere e, come in preda ad un incantesimo, Marika si ritrovò nella sua vecchia classe.

Lo storico murales datato 1979, che aveva trasformato la parete in una giungla, rallegrava l’aula. Unico elemento colorato, che nessuno aveva mai osato cancellare, in memoria degli artisti che, durante un’occupazione, avevano creato un capolavoro e che purtroppo, pochi anni dopo, vennero a mancare. Marika, capelli senza un taglio definito, maglione beige extra large, jeans e sneakers, era seduta al proprio banco, in attesa dell’inizio della lezione di inglese, quando “Giò il Pazzo”, soprannominato così per i suoi tic, si girò verso di lei, chiamandola con una cantilena insopportabile, “Marikozza tutta tozza, Marikozza tutta tozza”. Alcuni compagni si unirono al coro, altri presero a ridere, ma, a lei, mentre correva in bagno per piangere, sembrò che Simone ridesse più forte degli altri.

L’arrivo di un SMS la fece tornare alla realtà e, per la prima volta dopo parecchi minuti, proferì parola : – E’ Alberto, scusami.-
Lesse velocemente il messaggio : “Amore, parto ora da Milano, quando vuoi chiama, così mi fai compagnia.” Sorrise tra sé e sé , dimenticando, per un attimo, Simone. Alberto era il suo grande amore. Si conoscevano da sempre, ma si erano innamorati l’ultimo anno di liceo, quando Marika aveva iniziato a stancarsi di correre dietro a Simone. Durante una festa a casa di Francesco, suo amico d’infanzia, Alberto, abituato a fare lo scemo con tutte, aveva iniziato una battaglia con i cuscini solo contro di lei. La festa poi era degenerata : ragazzi ubriachi che vomitavano da ogni parte e i genitori infuriati che arrivavano a prendere i figli ridotti a veri e propri zombie. Ma Alberto e Marika, senza rendersene conto si erano ritrovati a passeggiare da soli nel quartiere, dimenticandosi del caos in cui avevano lasciato Francesco, che, a distanza di anni, ancora rinfacciava loro di averlo abbandonato a se stesso e alla rabbia dei suoi, che al rientro, trovarono la casa semi distrutta.

-Letto! Continua, sono tutta orecchi!- Marika cercò di apparire serena, perché sapeva che, se avesse detto cosa le passava per la testa, Elisa avrebbe iniziato a parlare di Simone e di quanto fosse stupido sentirsi ancora così.

-Tutto bene?- chiese Elisa tra il preoccupato e l’infastidito. Finalmente aveva capito che qualcosa non andava, aiutata dalle macchie rosse che si erano impadronite della generosa scollatura di Marika : – Sei chiazzata – le fece notare – Che ti succede? –
Questa sua caratteristica, era una sorta di macchina della verità per Marika.
Messa alle strette, si confidò con un filo di voce: – C’è Simone. –
– Simone, Simone … il fotografo?- Chiese Elisa, conformandosi al calo di volume improvviso.
-È seduto due tavoli dietro di te. Non ti gira … – Elisa si era già voltata.
-Sei fuori? Non guardare!- la rimproverò, coprendosi il volto e abbassandosi sul tavolo, come se lui potesse vederla – E poi – si ricompose – Come sai che fa il fotografo?-
-Me lo hai detto tu! Non te lo ricordi?- Elisa fece una pausa, in attesa che Marika ricordasse – La sera del messicano, dopo quei due favolosi margarita !- abbozzò un sorriso, subito spento dall’espressione di Marika, che dopo aver preso mentalmente nota di chiudere con la tequila, si ricordò di tutte le volte che aveva cercato Simone su Google, scoprendo così che, subito dopo il diploma, aveva passato un periodo a Londra, dove era diventato fotografo. Le era capitato di vedere alcuni suoi scatti, soprattutto di paesaggi, in cui era il colore a dettare le regole : l’avevano lasciata senza fiato e con lo stomaco in subbuglio.

Voleva disperatamente un altro sorso di vino. Prese il calice, ma con dispiacere notò che era finito.
Ripiegò sull’acqua frizzante : – Posso? – chiese ad Elisa, notando che ne era rimasta così poca da non riempire neppure un bicchiere. L’amica annuì, per nulla tranquilla nel vederla così agitata.
-Va meglio?- chiese.
Marika respirò profondamente ad occhi chiusi, si schiarì la voce e cambiò argomento, senza rispondere alla domanda : -Che dici, andiamo? Devo chiamare Alberto e rientrare in redazione-. Voleva chiaramente porre fine a quella tortura.
Poi spiazzò Elisa con un tono improvvisamente squillante : -Oggi offro io!-
L’amica la guardò sorpresa – Se insisti!- rispose .
Dopo aver pagato, le due amiche si salutarono ed Elisa corse via, in ritardo come al solito.
Marika, rimasta sola, si alzò, sistemò la gonna del tailleur ed abbottonò il cappottino nero e aderente. Aveva deciso : doveva vederlo in faccia.
Respirò profondamente e, guardandosi nella fotocamera del cellulare, si accertò che il rossore fosse passato, benché il cuore continuasse a martellarle forte nel petto.
Si diresse verso Simone, che continuava a chiacchierava amabilmente con la sorella gemella di Gisele Bundchen. Sfiorò la sedia del ragazzo e fece cadere il variopinto foulard di seta, proprio vicino a lui, continuando a camminare.
-Scusi, ha perso il foulard!- Simone si chinò per prenderlo. Marika si voltò e tornò indietro. Cercò di camminare nel modo più femminile possibile, ma si sentiva stupida.
Arrivò di fronte a lui, nel momento in cui le campane della basilica rintoccarono le tre, ovattando così il chiacchiericcio dei clienti del bar. Marika lo guardò dritto negli occhi, in quegli occhi in cui per anni si era persa e che non erano cambiati. Non portava più gli occhiali, il viso era più pieno di un tempo, ma sentì di nuovo quella scossa che conosceva bene. -Grazie!-, disse, sorridendo, mentre dentro si sentiva come neve al sole. Se ne andò, cercando di trattenersi dal correre via come un tempo, quando la prendevano in giro.

Qualche giorno dopo, Marika era nel suo piccolo, ma accogliente ufficio nella redazione de La Gazzetta d’Asti. Era seduta alla scrivania che raccontava un po’ della sua vita : sulla destra, un piccolo calendario con le foto delle sue migliori amiche e, a sinistra, una sua e di Alberto ad una festa anni Settanta. Stava scrivendo un nuovo articolo, quando arrivò un sms : “ Tra 10 minuti caffè? ” sorrise, come sempre quando riceveva un messaggio di Alberto. Nell’ultima settimana lo aveva trascurato, a causa di quel pranzo destabilizzante. La mancata telefonata di quel giorno e, in quelli successivi, la poca voglia di intimità erano dovuti al senso di colpa che l’aveva pervasa da quando aveva guardato Simone negli occhi. Alberto, naturalmente, l’aveva notato, ma quando lei diede la colpa allo stress per il troppo lavoro, fu molto comprensivo ed affettuoso, e Marika si sentì ancora peggio.
Stava per rispondere quando : -Signorina Allegri?- domandò, bussando allo stipite della porta aperta, un bel ragazzo sulla ventina, con la divisa del “Buster Coffee” .
– Sì? -, rispose distrattamente mentre schiacciava il tasto “ Rispondi”.
-C’è un caffè con panna e cannella per lei- disse, porgendole un piccolo vassoio –Ah, c’è anche questa!- aggiunse sorridendo, per aver portato a termine la romantica missione.
Marika, a bocca aperta e un po’ intontita, si alzò per prendere il vassoio e una piccola pergamena, che srotolò impaziente. Si ritrovò davanti il primo articolo che aveva scritto per il settimanale, ben 5 anni prima e di cui aveva una copia incorniciata, sul muro alle sue spalle.
Il suo cuore ebbe un sussulto, l’ennesimo dell’ultimo periodo. Il cameriere, nel frattempo, muoveva nervosamente una gamba, sperando che si ricordasse la mancia, ma Marika non se ne rese conto. Crollò sulla sedia di pelle nera, che l’accolse morbidamente.
Il cellulare cominciò a vibrare. Lei, dopo qualche secondo, inspirando profondamente, rispose : – Alberto, risolvo un piccolo problema – disse, notando che il cameriere era ancora lì – Tra 5 minuti sono da te – poi arrossì e, in modo sincero, aggiunse : – Anch’io!-

 

Roberta

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