Città vuota

Piazza Alberica1

Sono qui, al centro della piazza principale, in quello che dovrebbe essere il cuore pulsante della città. Invece il suo battito è rallentato, quasi assente.
Il bar, chiuso da chissà quanto, non può più sentire il vociare festoso dei clienti, che un tempo lo hanno animato. I tavoli all’ esterno non rispettano alcun ordine e le sedie, di un colore ormai indefinito, sono accatastate, come per sorreggersi le une con le altre.
Tutt’ intorno fondi bui, abbandonati all’ improvviso, mostrano quel che rimane dei propri gioielli come nobildonne ormai decadute. Altri vuoti, sono fredde cavità private delle pupille che per decenni hanno osservato l’allegra vita cittadina e ne hanno custodito maliziosamente ogni segreto.
Anche la fontana adesso è immobile. Sopra due leoni bianchi fanno la guardia ad una figura di donna imponente, ma pallida e fredda, il cui sguardo si perde nel vuoto.
Alle sue spalle scorgo quelle che dovevano essere montagne. In passato hanno sorretto e portato in cima al mondo l’intera città. Ora sono solo arti stanchi e consumati, ai quali è stata strappata via la verde epidermide, che lascia scoperti tendini, vene ed ossa.

Le vie della piazza si diramano per la città come arterie dissanguate. Non ci sono macchine, non ci sono passanti, nemmeno un cane a riempirle.
Percorro quella maggiore e, nella semioscurità, mi pare di scorgere un ultimo fremito di quel corpo agonizzante. Un bambino, tutto solo, gioca su un mucchio di macerie. Lo guardo preoccupata. Lui si ferma e si volta. Il suo sguardo sembra trapassarmi, i suoi occhi sono inespressivi. Come temevo, è vuoto come questa città.
Mi incammino verso il viale, il punto nevralgico che ha unito la città al mare. E’ devitalizzato. I pochi alberi rimasti hanno le estremità scheletriche. Ogni traccia di linfa, in loro, è scomparsa. L’asfalto è disseminato di buche, cicatrici di un passato pieno di vita.

Raggiungo finalmente la spiaggia. I tronchi e i rami portati dalle mareggiate mi ostacolano e non mi lasciano arrivare al mare. Lo guardo da lontano. Scorgo le navi che sfidano la tempesta, sempre più vicina alla costa. Sento lo scricchiolare sotto i miei piedi e mi accorgo di camminare su parti di corpi legnosi senza vita. Sono esausta, come contagiata da un morbo mortale. Mi accascio su questo cimitero. Comincia a piovere.
Roberta

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