Il viaggio di Venjia

A far capire a Venja che il tempo passava erano le caramelle. Diventava sempre più facile scartarle, ed era così contenta quando lo faceva velocemente che dimenticava la difficoltà: aveva perduto tre dita nello scoppio di una granata.
Era giunta da poco in Italia. Il viaggio lo aveva fatto con il padre, due zii e un loro amico: ricordava bene le volte che le avevano portato da mangiare o l’avevano coperta con una giacca nelle sere fredde, quando l’acqua scavalcando il parapetto della nave impregnava i loro abiti e l’umidità abitava comodamente le ossa.
 
Le piaceva guardarli oltre le birre nella cucina della loro casa italiana. Giocava a togliergli parte del viso mettendo a fuoco le lattine in primo piano, poi, spostandosi un po’ a destra o a sinistra, faceva sparire ora un occhio, ora la bocca o un orecchio, ma non perdeva una parola di quello che dicevano. 
Sì, le piaceva ascoltarli, farsi attraversare da quelle storie e rimanere sospesa sulla scia dei ricordi: loro dipingevano quadri e creavano fotografie con le parole. 
E lei rivedeva le montagne intorno alla città, le sue case in pietra, la volta integra del ponte ottomano sul fiume Neretva, le strette vie dei mestieri, costeggiate dalle tendine che ombreggiavano i manufatti delle botteghe e brulicanti di tutto ciò che fino ad allora era stata la sua vita. 
La quotidianità e le scene familiari descritte, pur con il sapore della malinconia, riuscivano a materializzare nonne, cugini e parenti. Proprio lì. Proprio in quel momento. E anche se solo per un po’, anche se per finta, ci si ritrovava di nuovo tutti insieme a una festa, una cena o un compleanno.
Sì, era come se la prendessero per mano e la riportassero a casa, permettendole di ripercorrere strade e luoghi che, senza di loro, avrebbe già scordato.
L’orrore voleva dimenticare, la devastazione e il sangue della guerra, ma la gioia e le emozioni che avevano abitato la sua breve vita voleva trattenerle tutte. Provarci, almeno.
 
Per questo adorava Sacha, lui era il preludio dei suoi viaggi mentali dentro fragranze, effluvi e aromi.
Conosceva un sacco di piante aromatiche, d’altronde il suo lavoro di cuoco gli dava diritto di sposare gli ingrendienti con paprica, pepe, cipolle e tutte le spezie immaginabili. Descriveva facilmente gli odori, sia quelli mescolati, a cui si deve dare un nome, sia quelli puri e assoluti di un frutto, per esempio
Le sue specialità erano zuppe, risotti e carni. Quando ricordava la
orba, fumante e calda, con la carne o le interiora stufate, Sacha riusciva a restituire il profumo di tutte le spezie, una ad una. Ma l’olfatto andava in tripudio stuzzicando l’acquolina in bocca a Venja quasi sempre con la srpska gibanica: la fragranza della pasta sfoglia e l’odore fresco del formaggio nel ripieno le correvano su per il naso, e allora cominciava a salivare. Sì, c’era da impazzire, un’estasi totale da godimento.
Questo non voleva scordarlo.
 
Desiderava cancellare la morte sdraiata negli angoli in rovina, e non voleva pensare all’ultimo giorno in cui aveva visitato il mercato. Ascoltare Boris era un po’ come camminare di nuovo tra i banchi prima che le bombe lo distruggessero, prima che la guerra cancellasse le tinte vive della frutta, della verdura e di ogni prodotto esposto. Lui sapeva descrivere così bene i colori! Rosso, giallo, ocra, verde e arancione brillavano davanti agli occhi di Venja, rifulgenti e scintillanti, passando per ogni sfumatura cromatica, toccando le gradazioni, le tonalità e le mezze tinte in tutta la merce esposta. 
Rivedeva tutto: le puntinature giallognole di lardo, rosse di macinato e nere di pepe nelle salsicce ovunque penzolanti, il rosso striato dal bianco grasso delle carni sanguigne adagiate in bella vista sui banconi, il riverbero trasparente e traslucido nella pellicola esterna delle cipolle fresche, le sfumature marroni, gialle e avana dei funghi appena raccolti e l’argento baluginante con guizzo sulle squame dei pesci.
Lui spennellava di tutti i colori quell’ultima immagine che lei ricordava: un mercato in bianco e nero i cui banchi di esposizione, quando non erano stati totalmente distrutti, restavano in bilico su sostegni incerti, a volte spezzati, altre divelti. Le si era spalancata di fronte un giorno,  era un cimitero di basamenti: il marmo giaceva a terra trafitto da ferri arrugginiti e le crepe, correndo sulla pietra, si diramavano come vene in superficie.
 
In Italia Venja non frequentava la scuola e non conosceva nessuno con cui giocare. Sciacquava tutti i giorni, per tutto il giorno, la spugna con la quale suo padre puliva i vetri delle automobili ai semafori di Roma. 
– Insieme possiamo fare qualsiasi cosa, papà. – sorrideva con gli occhi, aveva lasciato spazio alla speranza. 
– Andrà tutto per il meglio e staremo bene –  diceva – soprattutto quando arriverà la mamma. –
Già, la mamma. Non era potuta partire a causa della pancia, ma Venja sapeva che, a questo punto della gravidanza, il pancione era diventato un bambino, ed era curiosa di conoscerlo. 
Spesso aveva pensato anche a un nome possibile, e un giorno confidò al padre: 
– So come chiamarlo. –
– Come? –
E gli parlò di quel pomeriggio, quando aveva sentito per strada un nome rincorrere un bambino. Lui continuava a scappare, nonostante sua madre fosse stremata dal tentativo di raggiungerlo. Venja lo guardava mescolarsi nel vento e vorticare con le foglie gialle che preannunciavano l’autunno. 
– Meglio di no, è un nome così strano… – rispose meditativa, con lo sguardo inchiodato in quello del padre.
– Perché? – chiese lui curioso.
E’ così lontano dai suoni della nostra lingua – e ripensò a quando si cominciò a discriminare nomi che evocassero religioni o appartenenze territoriali.
No, non poteva chiamarsi così.
Non dopo tutto quello che era successo.
Non dopo tutti i morti che c’erano stati.
 
Avevo conosciuto Venja vicino l’obelisco africano di Anxur, di fronte a quello che lei chiamava il “Palazzo del Mondo” perché ricoperto dalle bandiere di tutti i paesi, anche quelli che lei non conosceva. Era un bel po’ che non la incontravo, pensavo fosse malata.
Invece, Boris mi ha detto che lei e suo padre erano dovuti ripartire e tornare indietro, perché sprovvisti dei permessi di soggiorno.
 
Io la vedo Venja seduta sul sedile scomodo dell’autobus, mentre pensa al perché di quel viaggio al contrario.
Che senso ha. Si chiede. La mamma doveva raggiungerli.
Regge tutte le caramelle che le sue mani straziate possono contenere e pensa che con tre dita in più avrebbe potuto fare una vera e propria scorta. 
Vicino a lei, sul sedile, un quotidiano, ma né lei né suo padre leggono l’italiano. 
Non sanno che alla pagina sportiva c’è un articolo che parla di uno di loro, sì insomma, uno che veniva dalla loro città, uno di quei ragazzi che giocano bene a calcio e che ogni tanto vengono scambiati per stranieri comuni. Faceva parte di una squadra qui in Italia e una notte era stato trovato sprovvisto di documenti dalle Forze dell’Ordine. Anche per lui era tutto pronto, ma all’ultimo momento era stato riconosciuto.

Federica Rigliani

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