Intervista a Titti Federico

Durante l’appuntamento “Letture da Dieci Special Edition” del 20 Dicembre, abbiamo avuto il piacere e l’onore di intervistare l’autrice Titti Federico.

Nelle settimane precedenti all’incontro, abbiamo letto con piacere il suo ultimo libro, “Negli occhi di mia madre”, un romanzo intenso che ci ha fatto vivere delle emozioni forti. Per questo abbiamo approfittato dell’occasione per porle domande e curiosità, sia inerenti al libro che al suo essere scrittrice.

E’ stata una serata piacevole che ci ha permesso di scoprire in Titti Federico, oltre che una grande  professionista, anche una splendida persona. Sicure del vostro interesse, vi riportiamo l’intervista.

 

1) Spesso nei film e nei libri sulla Seconda Guerra Mondiale, alcuni nemici vengono in certo senso “rivalutati”, poiché ad un certo punto, commettono un gesto di riscatto. In “Negli occhi di mia madre”, invece, i soldati compiono atti raccapriccianti che sottolineano la loro crudeltà, allontanandoli definitivamente dal concetto di “umanità”. È stata una scelta consapevole per creare un ulteriore senso di angoscia e tormenti nel lettore?

Dunque, nel momento in cui ho deciso di ambientare parte del romanzo nella Seconda Guerra Mondiale ed in particolar modo nel periodo storico della Shoah, ho iniziato un’operazione di documentazione. Sinceramente, ogni volta che inizio un romanzo faccio questa operazione, ma nel caso di “Negli occhi di mia madre” sono stata ancora più analitica e dettagliata. E’ stata una delle fasi della stesura più difficile, basti pensare che ho iniziato facendomi inviare la biografia di Irena Sendler che è stata la donna che ha portato fuori dal ghetto di Varsavia più di 2000 bambini ebrei. Inoltre, durante la stesura ho scritto tenendo davanti ai miei occhi la cartina del ghetto stesso, così da rendere le mie parole ancora più veritiere ed ho riportato alcuni racconti ascoltati da mia madre, che all’epoca viveva a Napoli e che mi ha raccontato i momenti di paura in cui, al suono della sirena, ci si riversava nelle strade per raggiungere i vari ricoveri.  Il voler raccontare eventi in maniera più veritiera possibile, è stata una scelta dettata dal rispetto, il rispetto verso coloro che hanno realmente vissuto in uno dei momenti più tragici della storia dell’umanità. Non potevo raccontare favole, ho mostrato la guerra per quello che era. Però, sebbene dal romanzo traspaia che il male talvolta è semplicemente male, ho voluto lasciare uno spiraglio di luce, una speranza.

2) L’intero romanzo è intriso di positività e speranza verso il futuro. Le due donne protagoniste (donna Edda ed Irina,”mamma numero 2″) insegnano a cercare  il lato positivo in ogni situazione alla piccola Benedetta. Ma, contemporaneamente, la bambina è la dimostrazione che la sofferenza non ha fine e che in questo mondo la positività e la bontà non sempre vengono ricompensate. Quale messaggio volevi trasmettere da questo contrasto?

Sì, questa specie di gioco che la nonna Edda e soprattutto Irina insegnano a Benedetta, è un gioco che io stessa ho imparato nel periodo della mia infanzia leggendo “Pollyanna” di Eleanor Hodgman Porter che raccontava la storia di una bambina orfana di madre cui il padre insegna a superare le difficoltà grazie a questo “giochino”. Un esempio nel romanzo avviene quando a Benedetta si rompe una bambola ed Irina le spiega che ha due possibilità: piangere o cercare la colla rallegrandoti del fatto che si possa aggiustare. Sebbene sia vero che in alcuni casi non esiste una colla che possa sistemare le cose, però Irina stessa, nel momento più tragico della sua esistenza riesce a vedere le cose da un lato positivo e trovare una sorta di sollievo.

3)Ogni scrittore si immedesima o comunque ha un rapporto particolare con i suoi personaggi ma, in ogni romanzo, ne ha uno a cui si sente più vicino. A quale dei personaggi di “Negli occhi di mia madre” ti senti più legata?

 Io quando scrivo faccio una sorta di ripescaggio in una valigia della memoria da cui estraggo emozioni, eventi e persone che mi hanno colpito. “Negli occhi di mia madre” è un romanzo di formazione, dove due bambini Benedetta e Gaetano, iniziano bambini e raggiungono l’età adulta, posso affermare che sicuramente Gaetano adulto, soprattutto nelle considerazioni sulla madre, mi rappresenta. Infatti, ho scritto il libro in un periodo particolare della mia vita, ovvero quando mia madre era ancora viva, ma anche lei , come donna Edda, era in una fase di declino e vecchiaia che le procurava sofferenza, per questo le considerazioni di Gaetano, su sua madre, sono in realtà i miei pensieri dell’epoca. La scelta di rendere il personaggio principale un uomo, è stata una tecnica per estraniarmi da lui, infatti, se fosse stato donna, l’identificazione fra me e questo personaggio sarebbe stata talmente forte che probabilmente non sarei riuscita neppure a scrivere.

4) Il vero protagonista maschile è proprio Gaetano, che conosciamo prima da adulto e successivamente, grazie ad un flashback, da ragazzino. È facile identificarsi con lui, perché rivive le emozioni e i sentimenti che tutti noi abbiamo provato alla sua età : è geloso del rapporto che si crea tra sua madre, Edda, e la nipotina Benedetta, ha un attaccamento a tratti morboso con Edda in contrasto con la voglia di indipendenza tipica dell’adolescenza. Questi sentimenti, alla fine, li ritroviamo anche nel Gaetano adulto. Ti sei ispirata a qualcuno in particolare per il suo personaggio?

Sì, innanzitutto sono madre di un maschio, perciò ho vissuto da vicino il rapporto madre e figlio, inoltre sono insegnante perciò il periodo adolescenziale lo conosco molto, bene poiché lo vivo quotidianamente con i miei alunni. In questa fase i ragazzi sono tormentati, e così Gaetano. Infatti, egli subisce una forza “centrifuga” che lo spinge lontano dalla madre dato che è normale che voglia scoprire il mondo ma, al contempo, subisce una forza “centripeta” che lo spinge nuovamente verso di lei, quindi la notte torna bambino e cerca la madre, ma di giorno con la luce del sole si vergogna che la madre gli dia una carezza.

5) Abbiamo parlato di personaggi femminili importanti : Edda Capasso, che manda avanti da sola la famiglia composta da due figli maschi e un’anziana zia e che lavora senza sosta, solida come una roccia, ma anche molto dolce con chi lo merita; Irina che, giovanissima, sacrifica tutto per aiutare i bambini del ghetto di Varsavia e sembra non conoscere la paura. Entrambe indipendenti e senza un uomo al loro fianco (anche se Irina ha uno spasimante con un ruolo importante) e questo vale anche per la mamma “numero 3” di Benedetta. Ci racconti qualcosa di queste eroine così moderne?

L’idea iniziale, quando ho deciso di scrivere questo romanzo di formazione, è stata quella di scrivere un romanzo per far venire fuori la figura della madre multipla, infatti Edda è madre, ma è anche nonna e levatrice perciò la si può considerare madre anche di tutti i bambini che ha portato alla vita; Irina non è una madre biologica, ma madre di tutti i bambini del ghetto. Io credo che in quell’epoca le madri dovessero essere delle vere e proprie “leonesse” che lottano per difendere i propri figli, quindi la modernità di cui tu parli è dettata da questa necessità di difendere i propri figli dalla sofferenza. Anche, la mamma “numero 3”, Marja, in realtà non è altro che la replica delle altre 2 madri, infatti è madre di 3 maschi ormai grandi, che lei definisce “i miei caproni“. Anche loro subiscono le forze descritte prima per Gaetano, perciò vogliono andarsene ma restano sempre con la madre. Inoltre ha questa figlia femmina, non biologica, Benedetta, che però ama come se fosse figlia sua. E nel momento in cui Benedetta le rivela che desidera conoscere le proprie origini, soffre e si sacrifica perché le rivela informazioni che avrebbe potuto tacere, sebbene consapevole che l’avrebbe persa.

6)Parliamo dei luoghi del romanzo. Napoli è la terra delle tue origini, lì sono le tue radici. L’hai scelta come omaggio alla tua famiglia, visto che la famiglia è uno dei temi fondamentali del tuo libro? Varsavia, invece, è stata scelta per motivazioni puramente storiche oppure c’è qualcosa che ti lega anche a questa città?

Allora, iniziamo da Napoli,sì è un omaggio alla mia famiglia. Mia madre mi raccontava di quel periodo, perciò non avrei mai potuto scriverne senza descrivere quei luoghi che inoltre sono a me tanto cari. Inoltre, Napoli è un luogo di contraddizioni, di luce e di ombra ed era perfetta per la storia del romanzo. Mia madre mi aveva raccontato che durante i bombardamenti si scendeva nei vari ricoveri, che si trovano nelle viscere della terra, per trovare riparo. Ho inserito questa scena nel romanzo come simbolo: un rimando alla maternità, perché i figli di Napoli venivano accolti nuovamente nel suo “grembo materno”, quasi fosse un parto al contrario. Quindi Napoli “madre” ha protetto i suoi figli dai bombardamenti. Infine, ho creato quasi un effetto “matrioska”, quando, durante una di queste lunghe veglie all’interno del grembo di Napoli, avviene un parto assistito da donna Edda. Varsavia, invece, è stata una scelta  dovuta al periodo storico.

7) All’inizio del romanzo è riportato “I personaggi, i fatti e le località descritte in questo romanzo sono in parte frutto della fantasia dell’autrice”. Nei ringraziamenti, invece, sei più esplicita. Ti va di raccontarci a cosa ti sei ispirata per la storia di Benedetta?

 È un’idea che ho ripescato dalla mia valigia della memoria. Infatti, una mia carissima amica mi aveva chiesto di scrivere qualcosa in onore a sua nipote Benedetta, che è stata portata via dalla madre in una maniera  analoga a quella descritta nel romanzo. 

8) Passiamo a parlare di Titti Federico “scrittrice”. Com’è iniziata la tua avventura nel mondo della scrittura?

Ho iniziato molto tardi, infatti nel 2008, ho pubblicato il mio primo romanzo ed avevo già 46 anni, ma fin dall’infanzia ho sempre amato scrivere e anche  le mie maestre mi hanno consigliato di farlo. Io avevo un appuntamento, una sorta di scadenza, infatti ho sempre pensato di scrivere un romanzo ed arrivata quasi a 50 anni ho sentito la necessità di scriverlo come se avessi un dovere. Nel momento in cui ho deciso di provare, ho impiegato veramente poco nella sua stesura, perché era già tutto dentro di me.

9) Hai un momento della giornata particolare, in cui ti dedichi alla scrittura?

Io scrivo nei ritagli di tempo, per esempio quando faccio delle gite in moto con mio marito, mi estraneo, per non pensare al pericolo ed alla paura che provo e, così, faccio una fuga nelle trame dei miei romanzi.  Ma anche in auto ed in sala d’aspetto dal medico, insomma non ho un momento particolare o un rituale, semplicemente scrivo quando ho del tempo per farlo.

10)Quali sono, per te, le fasi di stesura di un romanzo?

Naturalmente creo prima di tutto una scaletta. La prima fase è la più difficile, quella dove devo tessere la trama ed incastrare tutti i personaggi e gli eventi ripescati dalla valigia della memoria, creando un meccanismo perfetto. Successivamente, si ha la fase della documentazione e poi la fase della stesura che è la più piacevole, quasi una liberazione. Infine, si ha un momento ancora più piacevole che è quando ho finito di scrivere l’intero romanzo e lo ricomincio da capo per correggerlo e perfezionarlo.

11)Tu credi nell’ispirazione?

Sinceramente io non credo all’ispirazione. Per me scrivere è molto metodico. Per quello che mi riguarda, se io ho in mente una trama non ho bisogno di un’ispirazione. Magari potremmo definire ispirazione un’idea brillante che mi permette di superare un “ostacolo” oppure che mi consente di collocare un determinato episodio all’interno della trama, ma comunque ripeto per me è assolutamente un processo metodico e razionale, non sono mai rimasta inerte davanti ad un foglio bianco.

Per chi volesse saperne di più, può leggere la nostra recensione di “Negli occhi di mia madre” e contattare la autrice attraverso la sua pagina Facebook.

Martina e Roberta

1 comment for “Intervista a Titti Federico

  1. 22 Dicembre 2015 at 13:18

    Titti è. Titti! La mia amica piu cara con cui ho condiviso una parte della mia vita e ho condiviso i suoi libri cin hioia ed emozioni,ritrovando nei suoi scritti la sua vera Lei, una grande bella persona!

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