Memorie d’una giornata

I

Era mattina presto e il sole non era ancora sorto. Stavo in piedi smaltendo la sbronza della sera precedente alla fermata dell’autobus nella fase finale della notte. Faceva un freddo cane e nel mio eskimo logoro stavo letteralmente congelando; avevo solo mezza bottiglia di whiskey per scaldarmi. Dopo una ventina di minuti buoni ho visto il pullman arrivare in lontananza nella sua veste di metallo blu, sobbalzando a ogni buca. Appena salito mi sono seduto al primo posto libero che ho trovato e mi sono lasciato andare al suo dolce e silenzioso movimento ondulatorio e il sonno mi ha cinto con la sua presa silente. Man mano che le fermate passavano, e alle brusche frenate mi ridestavo dalla veglia, vedo salire tanta gente che si recava al lavoro in città abbandonando quotidianamente la quiete dei piccoli paesi in cui vivevano. Una volta raggiunto il capolinea e dopo un breve tratto in metro sono arrivato alla stazione dei pullman da cui dovevo partire. Siccome ero in anticipo, e fuori il freddo continuava ad essere forte, ho deciso di entrare in un bar a prendere qualcosa da bere. Ho notato l’insegna al neon di una tavola calda sotto un’arcata, cosi mi ci sono diretto, oltrepassando materassi e coperte lasciate nelle rientranze dei muri da qualche senzatetto. Sono entrato e ho subito ordinato una birra e una brioches e sono rimasto li in attesa. Sorseggiandola. Il posto era pieno di persone in partenza; probabilmente tornavano dalle loro famiglie in occasione delle festività. C’erano valige, borsoni e biglietti stropicciati dappertutto. Tutti quanti, come me, erano lì ad aspettare, con le facce piene di sonno o segnate dalla baldoria della notte prima. Finito di bere, sono uscito a cercare il mio autobus. Girovagavo da solo per la stazione guardando affascinato quell’enorme gruppo di pullman che partivano per tutte le direzioni per pochi soldi; tra tutti ho finalmente trovato il mio: direzione ******. Ho mostrato ai due autisti il mio biglietto. “Bruce Evans, dico bene?” “sì, esatto” ho risposto. “perfetto, sali pure” ha detto dandomi una pacca sulla spalla mentre salivo. Erano due uomini sulla quarantina; uno era più piazzato, calvo, portava degli occhiali da vista circolari simili a quelli di un professore e aveva un pacchetto di Lucky Strike in mano. Il suo partner invece pareva di qualche anno più giovane, aveva i capelli tirati su col gel a mo’ di cresta e un paio di occhiali da sole di marca. Una decina di minuti dopo sono saliti dicendo “siete pronti ragazzi? si parte!” io li ho guardati un po’ di traverso essendo ancora assonnato e ho dato l’ultima boccata al mio whiskey intanto che il pullman si metteva in moto.

II

A bordo c’erano soltanto una decina di persone, tutte sparpagliate e isolate su sedili lontani tra loro, tranne un ragazzo asiatico che stava seduto dietro di me. Il viaggio procedeva bene. Battevamo l’autostrada da un’oretta ormai, durante la quale mi sono lasciato abbandonare al sonno e alla birra di prima cullato dal jazz nostalgico anni ’30 tedesco che usciva dall’autoradio. Quando mi sono svegliato stiracchiandomi ho iniziato ad ascoltare interessato la conversazione tra i due autisti e una signora seduta appena dietro di loro. “quest’autunno ho passato due settimane da un’amica che vive in un appartamentino a Parigi” diceva la donna. “non ci vedevamo da anni ed è stata felice di ospitarmi” La signora che parlava avrà avuto massimo 30 anni e dei capelli biondi che le cadevano dietro le spalle, risaltando sul maglione di lana rossa cucito a mano. Con le mani giocherellava con un cappello anch’esso di lana mentre parlava. “l’ultima volta che ci siamo viste, prima di Parigi, è stato sette anni fa, prima di trovare il lavoro che ho adesso. Abbiamo passato un’estate intera in Spagna girandola quasi tutta. Con lo zaino in spalla ci incamminavamo per sentieri e dove non era possibile a piedi in autobus o facendo l’autostop. Per dormire ci fermavamo in ostelli dove i prezzi erano bassissimi oppure ci sistemavamo con i sacchi a pelo sulle spiagge, sotto le stelle e la luna. È stato magnifico” “che lavoro fa?” chiese l’autista con la cresta e gli occhiali da sole. “la giornalista per un quotidiano in città. Capisce anche lei che non potrei trovare più il tempo per queste cose” “sì, certo; ma io non ce la farei a intraprendere viaggi del genere. Ho bisogno della mia camera privata, della mia doccia calda e di tutte le comodità a cui sono abituato” Intanto che sentivo queste parole la mia mente vagava allettata all’idea delle possibili esperienze come quelle che la vita può in futuro offrirmi e che mi piacerebbe moltissimo provare. Nello stesso tempo ho iniziato una riflessione interiore sulle parole dell’autista e sono giunto alla triste conclusione che molte persone la pensano come lui e questo è un peccato perché credo che non bisogna mai precludersi nulla. Il tempo passava e dopo altre due ore di viaggio siamo entrati in città e il pullman si è fermato. Mi sono rivestito per fronteggiare nuovamente il freddo e sono sceso. “buona giornata, mister” mi ha urlato l’autista mentre stava caricando nel cassone i bagagli di chi saliva a quella sosta. Ho ringraziato e ho risposto al saluto. Ero arrivato. Sentivo l’aria più calda e mitigata dal mare. L’odore del sale entrava forte ma piacevole nelle narici. Una leggera pioggerella aveva iniziato a cadere e a bagnarmi il viso.

III

“Ehi Bruce!” sento gridare alle mie spalle. Mi giro e vedo Abigail salutarmi con la mano dall’altra parte della strada. Ho attraversato, l’ho abbracciata e ci siamo baciati energicamente sulle labbra. “mi sei mancata, Abby” “anche tu. Molto” L’ho stretta di nuovo fra le braccia, sentendo il freddo del cappotto sottoposto alle intemperie e allo stesso tempo il suo calore, fino a quando lei ha detto che avremmo fatto meglio a muoverci o saremmo arrivati in ritardo. “prima una birra” ho risposto. Siamo entrati quindi in un bar deserto e ho ordinato mezzo litro di chiara che ho bevuto in cinque minuti. Siamo usciti e ho seguito Abigail verso la metropolitana. Camminandole dietro potevo vedere i suoi capelli rossi naturali volteggiarle dietro la schiena, colpiti dalla brezza marina. Arrivati alle scale si è girata sorridendo “da questa parte” Nell’attesa della metro abbiamo mangiato un panino che ci eravamo portati chiacchierando del più e del meno; avanti cosi fino a quando il treno non si è fermato stridendo e siamo scesi alla nostra fermata. Lei era già stata li quell’anno, quindi era un po’ più esperta di me sulle strade che dovevamo prendere. Io seguivo ciecamente quell’euforica ragazza. Appena fuori dal metrò ci siamo imbattuti in una svendita di libri, cosa per la quale entrambi andiamo matti. “facciamo un salto qui prima di andare?” le ho chiesto. “si, assolutamente. Mi piacciono questi posti: mi piace cercare nelle pile di libri usati senza averne in mente uno in particolare, mi piace l’odore dei libri vecchi e mi piacciono le persone che li vendono” Abbiamo girovagato dentro quei gazebo, in mezzo alle bancarelle prima di accorgerci che stavamo facendo tardi. “dopo ci torniamo e guardiamo con più attenzione” “va bene Abby” Il museo in cui dovevamo andare era praticamente dietro l’angolo, quindi non abbiamo dovuto correre. Dentro l’arcata del palazzo c’erano diverse caffetterie piene di giovani intellettuali dall’aspetto viziato che prendevano caffè costosi e discutevano accademicamente su argomenti banali mentre fumavano delle Pall Mall. Avevano un seguito di ragazze che li guardavano infatuate, ammirando i loro vestiti di marca pagati coi soldi dei genitori e ascoltando nozioni imparate a memoria in facoltose università. Superati questi bar, abbiamo lasciato i cappotti e le borse alla reception, dove una ragazza mora con gli occhiali tondi è stata cosi gentile da lasciarci le audioguide senza farci pagare; dopo di che ci siamo diretti all’ingresso della mostra.

IV

Abbiamo salito una scalinata gigantesca, una di quelle che ci si aspetta in un palazzo reale appunto, che poi è stato adibito a museo, e abbiamo trovato l’ingresso. Un cartellone enorme diceva “dagli impressionisti a Picasso” e sotto in un carattere più piccolo “ingresso”. Una volta dentro ci siamo messi subito ad ascoltare le informazioni con le cuffie nelle orecchie e a guardare quelle opere meravigliose con una fame di conoscenza allucinante. Mi sono soffermato su “scena di caffè a Parigi” perché mi ha ricordato, nella mia immaginazione, l’ambiente in cui Verlaine e Rimbaud hanno preso sbronze colossali e hanno composto poesie rivoluzionarie. La mostra era una sorta di linea temporale che spiegava, partendo dall’impressionismo di fine ‘800, il percorso della pittura e la nascita dei vari stili che si sono susseguiti, fino agli anni quaranta del ‘ 900. Questo concetto era stato fatto rendere bene anche grazie alla successione di stanze con opere e pittori in ordine cronologico. “se guardi da lontano questo quadro di Pissarro è ancora più bello” mi ha detto Abigail con i suoi occhi verdi come prati d’Irlanda che mi guardavano contenti. “adesso provo anche io” e mi sono allontanato dal quadro al quale mi ero avvicinato per cogliere ogni singola pennellata. Effettivamente era vero. Tutto risultava più luminoso e nitido e il colore più uniforme, come se stessi guardando fuori da una finestra la campagna francese. Lei mi ha risposto con un sorriso. Abbiamo proseguito la visita osservando quadri di Monet, Van Gogh e di molti altri artisti terminando con il cubismo freddo e diretto di Picasso. “avrei preferito ci fossero più quadri impressionisti, specialmente di Van Gogh, ma devo dire che è stata molto bella e interessante lo stesso” mi ha detto. Le ho fatto segno di sì con la testa e ci siamo incamminati fuori. Siamo andati a mangiare un’ottima focaccia ripiena, comprata prima, su una panchina lungo il molo della città. Siamo rimasti lì per un po’, anche dopo finito, a riposarci, mentre osservavamo i gabbiani volteggiare nel cielo, il mare ondeggiare ritmico e la nebbia che triste scendeva sulle montagne. C’erano moltissime barche: dalle piccole barche a vela alle enormi navi merci. Sognavo guardandole viaggi transoceanici come marinaio di coperta, il mare aperto, le onde, libri sul mare e il lavoro che da sempre immagino pesante ma gratificante. Non potevo rendere Abby partecipe a questi miei pensieri. Se ne sarebbe rattristata molto e mi sarebbe dispiaciuto. Così, rinnovando completamente la mente,mi sono alzato tenendola per mano e ci siamo diretti a quella fiera del libro.

V

Ho adocchiato immediatamente una specie di liquor store e ci siamo fermati a prendere una bottiglia di vino scadente da berci lungo la strada. Camminando abbiamo iniziato a sorseggiare il vino parlando e guardandoci intorno. Abbiamo superato diverse pizzerie turche da cui proveniva della musica arabeggiante, dei piccoli chioschi di cibarie e molti bar dall’aspetto semplice ma accogliente, prima di arrivare, passando da una strada diversa da quella che abbiamo percorso prima, al nostro punto di partenza. “entriamo! non sto nella pelle” mi ha detto. “nemmeno io” ho risposto dopo aver fatto un lungo sorso dalla bottiglia prima di passargliela. Come impazziti abbiamo iniziato a girovagare per le bancarelle curiosando negli scatoloni impolverati, guardando il titolo di ogni singolo libro e rimanendo colpiti da collezioni di quarantacinque giri jazz e blues inimmaginabili. C’erano prime edizioni dal valore inestimabile di capolavori come Foglie d’Erba di Whitman e di Werther, affiancati a libri accessibili a tutti dai costi presso che nulli. Era una cosa fantastica. “sono abbastanza brillo per dimenticarmi che esiste il tempo e da rimanere qui tutta la vita” Abby ha riso e mi ha strappato il vino dalle mani. “ora controllo quanti soldi mi rimangono, perché sento il bisogno di comprare tutto” ha detto rovistando nel borsellino. “e mi deve rimanere anche qualche spicciolo per bere qualcosa ancora” Ha tirato fuori una banconota da dieci e una da cinque. “dovrebbero bastare. Prendo la raccolta di poesie di Rimbaud, le ho sempre volute! E penso di prendere questo per mio zio” Mi ha mostrato il libro della Dickinson. Io essendomi avvicinato di recente alla cultura orientale e allo zen ho preso un libricino sull’arte del tè per approfondire e capire di più. Uscendo ho notato un cartello: “VENDO CONOSCENZA” infilato in mezzo ai libri. Mi ha fatto sorridere e ha fatto pensare molto seriamente la mia testa cullata dal vino. Siamo tornati nel negozietto di prima a prenderne un’altra bottiglia e poi siamo saliti sulla metro.

VI

Mezz’ora dopo stavamo scendendo alla fermata della stazione ferroviaria. Aveva iniziato a piovere bene e noi eravamo senza ombrello quindi abbiamo accelerato il passo. Non sapevamo dove fosse la stazione, andavamo alla cieca trovandoci più volte costretti a ritornare sui nostri passi. Abbiamo raggiunto un edificio vittoriano vicino al mare sul quale, da lontano, si riusciva a cogliere la scritta “stazione”; accorgendoci poi che si trattava della stazione marittima, parola che era offuscata dalla foschia, e che avevamo perso tempo. Tornando indietro ho cercato di chiedere aiuto a un nero che andava di fretta sotto la pioggia nella direzione opposta alla nostra con un giornale sottobraccio che gli si stava bagnano tutto, ma non ci ha dato retta. Stavamo aspettando che il semaforo diventasse verde per poter attraversare la strada trafficata, quando abbiamo visto venirci in contro una donna con un cappello di velluto e un cappotto nero, accompagnata dal marito. “sapete dov’è la stazione?” Le abbiamo spiegato la nostra situazione, così hanno proposto di chiedere ad un bar li vicino, cosa a cui non avevamo proprio pensato. Siamo entrati tutti insieme e abbiamo posto la domanda al vecchio barista dai capelli canuti e le rughe che rimodellavano il viso quando buttava giù un sorso del suo vino. L’uomo ha alzato il braccio e con la mano callosa ha indicato un cancello li vicino e ha detto che bastava salire le scale e ce la saremmo trovata davanti. Abbiamo ringraziato e salutato l’altra coppia mentre noi ci siamo fermati per un’ultima birra insieme. Era annacquata ma andava bene lo stesso. Ho lasciato i soldi sul bancone mentre l’uomo era al cesso e siamo usciti. Dopo relativamente poche peripezie stazionarie, abbiamo trovato il binario da cui sarebbe partito il mio treno. Ci siamo fermati li e siamo rimasti ad aspettare abbracciati l’un l’altra. Il treno è arrivato portando una fredda folata d’aria e qualche schizzo di pioggia ci ha colpiti nonostante la tettoia in lamiera che ci stava sopra. Ci siamo baciati a lungo fino a che non era il momento mio di andare, preannunciato dal grido della locomotiva. “ci vediamo signorina” ho detto a Abigail prima di salire. “addio Bruce” Sono salito, ho trovato il mio posto e ho iniziato a guardare fuori dal finestrino cercando di scorgere il suo viso tra la folla. Ho visto i suoi capelli di fuoco svolazzare scomposti insieme al fazzoletto bianco che teneva in mano e gli occhi si sono dati un ultimo silente saluto, mentre il treno è uscito dalla stazione fischiando.

Simone Poma

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