Volere è potere

Scese con calma dalla dart, era un giorno di una settimana senza grandi sorprese. Attorno a lei tutti andavano di fretta, come sempre.
Il treno manteneva le porte aperte per far entrare la folla, che a quell’ora si stipava all’interno dei vagoni. Doris si voltò un attimo ad osservare la scena. Notò una ragazza seduta esattamente sul sedile che lei aveva lasciato poco prima. Fu colpita dal suo sguardo familiare, ma al contempo vuoto e assente. La fissava, quando il segnale di chiusura delle porte sibilò nell’aria.
Doris si girò di scatto in direzione del tornello e, per poco, non finì contro un uomo che proveniva dalla direzione opposta.
“Che strano.” disse tra sé e sé. Ripensò a quella donna, che indossava un cappellino di lana blu, simile a quello che sua nonna le aveva regalato qualche anno prima.

Tutte le mattine, fuori da Connolly Station, Doris veniva rapita dalla fragranza che proveniva da Backery, un panificio lì vicino. Quel giorno, però, non avvertì alcun profumo e trovò meno invitanti le leccornie esposte in vetrina.
Mentre osservava i panini e le paste esposte in modo impeccabile, le si avvicinò un uomo. Aveva un’aria stanca, il volto di un pallore malato, la barba trascurata e gli abiti consunti, – Sembrano buonissime – le disse, fissando la vetrina. Doris pensò fosse un senzatetto. – Già – rispose – Le piacerebbe qualcosa in particolare? –
Non riusciva a dargli un’età, sicuramente non aveva più di 50 anni, ma il viso era magro e segnato da occhiaie profonde, che lo invecchiavano.
-Anche se volessi, non potrei- le rispose.
-E’ sicuro?- disse a sua volta la ragazza – Le offro volentieri qualcosa -. Indicò i croissant e quando si voltò verso lo sconosciuto, quest’ultimo era scomparso. Doris si guardò intorno chiedendosi dove fosse finito, poi riprese a camminare.

Non sapeva perché, ma non riusciva a togliersi dalla mente la ragazza vista sulla dart, non aveva più di 25 anni, coi capelli rossi e la pelle bianca ravvivata dalle lentiggini, esattamente come lei. Ebbe un brivido: “Che abbia una sosia?” pensò, poi scosse la testa. “Ma che dico? Sarebbe assurdo.” Immaginò la sua amica Sarah e le risate che si sarebbero fatte quando le avrebbe raccontato questa storia.

Erano amiche da sempre, lei e Sarah. Fin da quando, in terza elementare, Doris l’aveva difesa dal bullo della classe, che la prendeva in giro per l’apparecchio ai denti e gli occhiali tondi. Da un anno vivevano assieme in un piccolo appartamento, che il padre di Doris le aveva regalato. Era in Parnell Street, nel cuore di Dublino. Non era molto grande, ma aveva due camere, così Doris aveva deciso di condividerlo con l’amica, da mesi in cerca di una sistemazione e di un lavoro.

Si fermò un istante, poi tornò verso la stazione, in un primo momento camminando, poi con passo sempre più deciso, finché si accorse di aver cominciato a correre. Si sentiva veloce e leggera. In pochi minuti arrivò di al binario dov’era scesa mezz’ora prima.
Sentì una voce sussurrarle all’orecchio : – Ti sei persa? Non avere paura -.
Si voltò, ma non vide nessuno. Si chiedeva chi avesse parlato. Non credeva di avere l’aria di una che si era persa.

Aspettò qualche minuto, che le parve un’eternità. Non sapeva dove fosse scesa né cosa avrebbe fatto se fosse riuscita a ritrovarla, sapeva solo che doveva rivedere quella ragazza.
Finalmente la dart arrivò e Doris riuscì a sedersi senza problemi, perché l’ ora di punta era passata e il treno aveva molti sedili liberi. Si stupì, perché aveva corso, ma non sentiva la stanchezza.

A pochi metri dalla stazione di Tara Street, il macchinista annunciò che vi era un problema sulla piattaforma del binario e consigliò di attendere e scendere a Pearce Station. I passeggeri si avvicinarono, incuriositi, al finestrino che dava sul marciapiede e notarono un folto gruppo di persone. Alcune si asciugavano gli occhi, altre tenevano la testa tra le mani. I più curiosi cercavano di farsi strada per vedere meglio e ,al contrario, c’era chi non riusciva a guardare.
Doris si accorse della sagoma di una barella . “O mio Dio, deve essere successo qualcosa di grave!” pensò.
Quando il treno si fermò, le porte si aprirono e Doris decise di scendere.
Passò in mezzo alla folla e raggiunse i soccorritori con una certa facilità. Quando si trovò di fronte a quella scena, non credette ai suoi occhi. I paramedici stavano cercando di rianimare la ragazza con il cappellino di lana blu.
Inorridì. Non aveva mai provato una sensazione simile. Fece appello a tutte le sue forze per resistere all’assurdità di quella situazione.
“Che strano sogno è mai questo?” presa da tale pensiero si allontanò e iniziò a camminare avanti e indietro lungo il marciapiede. Fu allora che se ne accorse. Oltre alla moltitudine di curiosi, c’erano molte altre persone che non sembravano preoccupate per la ragazza. Erano concentrati su di lei. La guardavano e parlottavano tra loro.
Il pallore innaturale e la stanchezza dei loro volti le ricordavano l’uomo visto di fronte alla vetrina di Backery.
All’improvviso, avvertì una sensazione di freddo e poi di nuovo quella voce femminile. Adesso più chiara e familiare: – Non temere, Doris – le disse. La ragazza chiuse gli occhi, come se volesse concentrarsi su quelle parole. Li riaprì, si voltò e riconobbe lo sguardo amorevole della nonna.
Era vestita come l’ultima volta che l’aveva vista : vestaglia di lana cotta bordeaux, da cui spuntava una camicia da notte bianca con una fantasia a fiorellini e ai piedi delle babbucce nere. Portava i capelli, bianchissimi, raccolti in una retina, un vezzo che aveva fin da ragazza.
-Nonna? – chiese Doris con voce tremante .
-Sì, tesoro. Sono io – disse – E’ tutta la mattina che ti seguo.- Allungò la mano verso di lei. – Tranquilla, non ti lascerò sola.-
-Ma tu … – si interruppe.
-Sì, lo so. Non aver paura di dirlo – la rassicurò dolcemente.

Doris era in preda al panico. Iniziò a correre e, raggiunto il bagno, si specchiò. A quel punto non aveva più dubbi.

Tornò dove i soccorsi.
-Codice rosso. Dobbiamo trasportarla subito in ospedale.- Disse l’uomo con il giubbotto giallo fluorescente e il cappello nero con il simbolo del Rotunda Hospital.
-Ci vorrebbe un miracolo per salvarla.- Rispose una collega, vestita come lui.

Ascoltò quelle parole e straziata cercò di attirare l’attenzione :-Cosa state dicendo? Io sono qui! Non mi vedete? – agitò le mani -Sto bene! Io … Io non posso morire!-
Questo avrebbe voluto disse, ma nessuno poteva sentirla.
“ O mio Dio! Cosa mi è successo?” Pensò ai suoi genitori, a Sarah e soprattutto a Ben.
Le lacrime scorrevano sul suo viso, mentre intorno a lei tutto si faceva buio.

Si ritrovò di fronte al bancone di Queen of Tarts, una piccola sala da tè nella zona del Castello di Dublino. Di fianco a lei un giovane con i capelli scuri, gli occhi azzurri e uno zaino pesante portato su una sola spalla, stava guardando i dolci esposti.
-Prenderò il cheesecake!- disse, puntando all’ultima fetta.
-L’ho visto prima io!- quasi lo aggredì una ragazza.
Doris si voltò e, incredula, riconobbe se stessa, 5 anni prima. Indossava i suoi jeans preferiti all’epoca, una camicetta bianca e una giacca grigia. Un paio di ballerine, anch’esse grigie, completavano il tutto. I capelli, fradici, le ricadevano sulle spalle.
Era il giorno del loro primo incontro. Era stato un vero colpo di fulmine : avevano diviso il cheesecake, poi una meringa al limone e infine un tiramisù. Erano rimasti a parlare per ore.
E cinque anni dopo stavano ancora insieme.
Mentre guardava quella scena, dolorosa, ma anche emozionante, Doris si sentì toccare una spalla.
-Piccola mia, devi dimenticare tutto questo.- La nonna cercò di dissuaderla dal continuare la visione.
-Ma nonna- si oppose Doris – Ben è la persona più importante della mia! –
-Doris, ascoltami.- La guardava dritto negli occhi – Vieni con me -. Tese una mano, che la nipote afferrò.

Si fece di nuovo buio.

La nonna condusse Doris nell’appartamento che condivideva con Sarah.
Tutto era come l’aveva lasciato quella mattina. La lista della spesa era appesa al frigo e le tazze della colazione erano ancora sul tavolo. Di porcellana bianca quella di Sarah, mentre la sua era rosa, con il nome scritto in azzurro e un piccolo quadrifoglio, uno dei simboli dell’Irlanda, sotto la “S” di Doris. Gliel’aveva regalata Ben per il loro primo San Valentino. Lui l’aveva definita una sciocchezza, ma per lei aveva un grande valore.
Le due donne sentirono singhiozzare. Il rumore proveniva dal salotto.
Doris lasciò la mano della nonna e si diresse nell’altra stanza, dove Sarah piangeva abbracciata a Ben. Doris fu felice di vedere che quello che le era successo li aveva sconvolti. La faceva sentire importante.

Poi Ben la baciò e le accarezzò la pancia : fu un gesto dolce, consapevole di ciò che custodiva.
-Oh Ben! E se ci scoprissero? – Sarah spostò la mano del ragazzo – Se lei non morisse? Siamo stati due pazzi!-
Il mondo di Doris crollò. Fino a pochi secondi prima voleva solo una cosa: sopravvivere. Adesso avrebbe voluto essere già morta per non dover ascoltare oltre.
-Non dirlo neppure.- Si sedette sul divano di eco-pelle blu. – Abbiamo usato le dosi giuste, non ha scampo e nessuno se ne accorgerà. Hai fatto sparire tutto? –
-No, non sono stata bene. Poi hanno chiamato dall’ospedale e ti ho subito avvisato.-
-Sarah, sei impazzita? Dobbiamo buttare tutto!-
Doris non credeva a quello che stava ascoltando.
-Piccola mia- intervenne la nonna – Non potevo permettere che continuassero a farti del male.-

-Cosa dovrei fare ?Adesso la vita non ha più senso, spero di non risvegliarmi!-
-Non dirlo. La vita è preziosa e quello che è successo dimostra quanto sia fragile.-
-Ma come hanno potuto ?-
-Shhh- la nonna si portò l’indice alla bocca.

-Lava tutto- disse Ben a Sarah – Non deve restare traccia della polvere di arachide. Appena capiranno che cosa l’ha uccisa, verranno a fare delle ricerche-.
-Bastardo! Io non sono morta!- gridò inutilmente Doris.
Dentro di lei esplose la rabbia. Era stata tradita due volte e non si dava pace.

Sentì una forza che la trascinava via dal salotto, via dalla scena del misfatto, via da quella nuova dimensione.
-Nonna, cosa mi succede?- Doris provò a riprendere la mano della donna – Aiutami! Mi stanno portando via!-
-Piccola mia, non aver paura.- Poi la nonna sparì.

Furono attimi molto confusi, un bagliore l’accecò e le sembrava di fluttuare nel nulla, finché Doris iniziò a sentire un brusio che divenne sempre più forte e chiaro. Non riconosceva le voci, ma capiva che stavano parlando di lei.
-Rispetto al suo arrivo, i parametri sono più stabili – disse qualcuno.
Capì di essere in ospedale.
-Teniamo la prognosi riservata per le prossime 48 ore – precisò un altro, con tono autorevole, probabilmente un medico.
Sentendo quelle parole, si sentì sollevata.
Avrebbe voluto aprire gli occhi e gridare la verità, ma era come paralizzata. Intuì, così, di essere di nuovo nel suo corpo.
I suoi sensi si stavano riattivando. Avvertiva un forte odore di disinfettante, che si faceva strada nelle sue narici. La luce proveniente dalla finestra le dava fastidio, anche se le piaceva il calore emanato dai raggi solari che attraversavano la vetrata. Non poteva ancora vedere, non poteva parlare, ma si sentiva sempre più padrona del suo corpo. La sua mente pensava velocemente.

Si ricordò della sera prima, quando era uscita con Ben, mentre Sarah aveva, stranamente, preferito restare a casa. Diceva di non sentirsi bene. Adesso Doris capiva perché.
Poi ecco le immagini della mattina. Si alzò e la colazione era già in tavola. Una tazza di caffè fumante l’aspettava. Era abituata a questo genere di attenzioni : spesso Sarah, per sdebitarsi dell’ospitalità, cucinava o rassettava casa, sapendo che l’amica era molto impegnata col lavoro. Ma forse quel giorno, la sua gentilezza non era disinteressata. Forse la polvere di arachide era stata aggiunta proprio nel caffè. E dove sennò? La marmellata di mirtilli era ancora sigillata, le ultime tre fette biscottate erano troppo sbriciolate e non era riuscita a mangiarle, quindi aveva ripiegato su un panino precotto che aveva dovuto riscaldare nel forno. Era nel caffè. Non c’erano più dubbi. Allora potevano essere rimaste tracce nella tazza, ma a quest’ora i due traditori avrebbero dovuto eliminarla. “Pensa Doris, pensa!”
Non sapeva da quanto tempo fosse tornata in sé. Temeva non ci fossero più speranze per svelare il mistero.
Avrebbe pianto, se solo avesse potuto.
Non riusciva a smettere di rimuginare. Poi capì.
La chiave di tutto si trovava nella macchina del caffè. Ben aveva detto che la dose di polvere di arachidi era elevata, quindi anche dopo essere stata lavata, la macchina avrebbe potuto contenerne traccia.
Si sentì molto carica. Doveva trovare il modo di comunicarlo. Ma come?
Si ricordò di una frase che la nonna le ripeteva spesso, quando era piccola. Era il suo cavallo di battaglia.
“Volere è potere, Doris. Non dimenticarlo.”

Doveva attirare l’attenzione, ora che i suoi genitori erano in camera. Sentiva la mano calda della madre che le stringeva le dita. Si concentrò su quelle. All’inizio sembrava non succedesse nulla. “Forse non devo pensare a tutta la mano. Proviamo con un solo dito.” Si sforzò ancora di più.

-O mio Dio! Si è mossa!Ha messo un dito!- urlò di gioia la madre.
-Sei sicura?- chiese il padre, titubante.
-Sì, sì, sì!- ripeté con le lacrime agli occhi.

Riuscì piano piano a muovere tutte le dita.
Erano arrivati i medici. Parlavano di miracolo.
Ma non avevano ancora visto tutto.
Mentre la visitavano meticolosamente, Doris riuscì a pronunciare due parole “Caffè” e “Arachidi”.
Certo, aveva dovuto far affidamento a tutta la sua forza di volontà. La voce era flebile e dovette ripeterle due volte, prima che la capissero. Ma ce l’aveva fatta.
La nonna l’aveva aiutata anche questa volta.

La giornata era quasi finita. I negozi si stavano svuotando mentre le case si riempivano di persone ormai esauste.
Ma non l’appartamento di Parnell Street. Quello era vuoto. Le tazze della colazione erano ancora sul tavolo, la lista della spesa attaccata al frigorifero. Quasi tutto era come Doris l’aveva lasciato quella mattina. Mancava solo la macchina del caffè.

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