Giulietta e il cellulare

Il cellulare vibrò per l’ennesima volta. Giulietta  lo afferrò  con rabbia. Guardò lo schermo che le confermò l’autore della chiamata. Gettò il telefonino  sul letto. E pianse di rabbia, paura, solitudine e impotenza. Ormai le telefonava  anche cinquanta,  cento volte al giorno e lui  si giustificava dicendo che era “amore”,  ma lei ormai aveva capito che il suo era un amore malato, un amore che portava dolore e non gioia. Si rannicchiò sul letto e tirò su il copriletto, all’improvviso sentiva freddo : la sua stanza non era più un rifugio sicuro, lui poteva raggiungerla anche lì dentro , in qualunque momento del giorno o della notte.

All’inizio era stato quasi bello: lui gentile, premuroso, romantico , le aveva fatto una corte appassionata. Lei travolta da tanto impeto , si era lasciata andare senza troppa  convinzione.

Teo era di buona famiglia,  studiava all’università e nel suo futuro c’era l’ingresso nello studio legale del padre.  Giulietta in qualche modo ne rimase incantata.

Ma con  il passare del tempo Giulietta iniziò  a provare una strana inquietudine a cui non riusciva a dare un nome o una spiegazione. Teo la incalzava, la forzava in ogni sua scelta, pianificava minuziosamente le sue giornate, facendola sentire prigioniera in una sottile ma resistente  ragnatela.

Provò a parlarne con la madre, che tagliò corto con un “è innamorato” che le troncò ogni ulteriore confidenza. Con suo padre non provò nemmeno, lui era contento che un ragazzo di così buona famiglia si interessasse di sua figlia: era la giusta sistemazione per la ragazza.

Il crepuscolo colorava le pareti della camera con un tenue colore rossastro, formando strani disegni. Giulietta li fissava, senza realmente vederli. Qual era la sua via d’uscita? Quale prospettiva aveva?

Il cellulare vibrò . La ragazza sobbalzò per l’ennesima volta e guardò sconsolata lo schermo. Stavolta però non era lui. Era Roberto. Rispose alla chiamata, o almeno cercò di farlo, riuscì soltanto a singhiozzare .
– Cosa succede? Stai male?- , la voce calda di Roberto le sembrò la zattera su cui issarsi proprio qualche momento prima di annegare nel mare della disperazione. E preso un lungo respiro, gli raccontò  tutto in un fiato, senza incertezze, senza pudore.  E a mano a mano che gli raccontava , sentiva che lui , d’altra parte del filo, con il fiato sospeso, la ascoltava e la capiva.

-Sei andata alla polizia? Questo è stalking, lo sai? E’ un reato. I tuoi cosa dicono? –

-Dicono che sono esagerata, che lui è un po’ impetuoso, ma tanto innamorato….-

-Ora stai calma, stai tranquilla, ci penso io. Ma smetti di piangere, non sopporto di sentirti piangere. Ok?-

Giulietta annuì, poi si rese conto che lui non poteva vederla e allora sussurrò un “sì” pieno di speranza.

E lui , con audacia mai tentata prima la lasciò con un “buonanotte , amore” che lasciò Giulietta sorpresa e felice. Si raggomitolò sotto le coperte e si addormentò , dopo aver chiuso nel cassetto del comodino il cellulare che aveva ripreso a vibrare.

“Ci penso io” aveva detto; come, in che modo a Giulietta non importava. “Ci penso io”, aveva detto  e si aggrappò a quelle tre parole che dovevano essere la sua salvezza.

La madre la svegliò scuotendole piano i piedi, come faceva quando era piccola , per non spaventarla:

-C’è Teo giù dal portone , ha detto che ti deve dire una cosa importante. Non vuole salire, dice che vuol parlarti da sola. Dai vestiti, non farlo aspettare..-

-Ma che ore sono? – la ragazza si tirò su a sedere nel letto.

-Sono quasi le 7 , dai ,che poi devi andare a scuola..- la incalzò la madre.

Giulietta  scese dubbiosa dal letto e si infilò in bagno: “deve parlarmi? Forse Roberto è riuscito a convincerlo a lasciarmi stare…Forse davvero è l’ultima volta “ e si riavviò i lunghi capelli. Si lavò denti e faccia e così come era, senza trucco, uscì dal bagno infilò i soliti jeans e la prima  maglietta che le era capitata fra le mani e uscì di casa.

Due rampe di scale , i gradini scesi a due a due, mentre il cellulare in tasca ancora una volta vibrava insistente.

Nell’atrio del portone Teo, bello nella t-shirt aderente che metteva in risalto le forme  armoniose, lanciava sguardi irrequieti da una parte e dall’altra. Giulietta si fermò a pochi passi da lui.

-Che vuoi? – gli gettò in faccia tutto il suo disprezzo.

-Non mi rispondi quando chiamo, non vuoi uscire con me, ti sei forse dimenticata che sei la mia ragazza? Oppure c’è qualcun altro? –

-Teo, devi lasciarmi in pace, ti prego- usò un tono conciliante, era già molto arrabbiato, lo vedeva e non voleva provocarlo.

-Mi stai lasciando?- un sorriso terrificante gli apparve sul viso.

Giulietta rimase in silenzio . Quel silenzio a Teo  sembrò una conferma.  Tirò fuori all’improvviso il braccio che aveva tenuto in tasca per tutto il tempo. In mano stringeva un coltello . Si avventò addosso a Giulietta e continuò a colpirla, a colpirla , a colpirla, finchè esausto si accasciò accanto al corpo di lei , scivolato a terra  in posizione fetale. Non le aveva lasciato nemmeno il tempo di gridare. Guardò quello che aveva fatto e ne ebbe la consapevolezza. Gettò lontano da sé il coltello, si girò e cominciò a correre.

Nella corsa urtò un giovane. Lo spintonò infastidito e si allontanò mischiandosi alle persone che si avviavano alla fermata del bus. La città lentamente , quasi pigra, si stava svegliando. Lontano un clacson,  vicino il rombare di un motorino truccato.

Roberto in un lampo ebbe la certezza di essere arrivato troppo tardi. Rallentò i propri passi, ma ormai era arrivato e vide.

Vide la sua Giulietta  a terra. I lunghi capelli scuri a ventaglio attorno al  volto pallido, rannicchiata in una estrema inutile difesa. Roberto crollò in ginocchio accanto al corpo , inebetito; i suoi occhi incapaci di registrare la realtà di quella tragedia. Poi vide il coltello. Anche attraverso il velo di lacrime distinse chiaramente la lama insanguinata. Si alzò come in trance e raccolse l’arma. L’aveva amata in silenzio, aspettando fiducioso il momento in cui lei si sarebbe accorta di lui. Accontentandosi di un sorriso di sfuggita, di un saluto frettoloso al cellulare, delle due chiacchiere fatte prima di entrare in classe, di vederla passare sorridente insieme alle sue amiche. A poco a poco aveva visto il suo sorriso spegnersi, giorno dopo giorno il suo sguardo incupirsi. Sfioriva ,la sua Giulietta sfioriva come un bocciolo di  rosa strappato  alla pianta e lasciato a illanguidire in un bicchiere colmo d’acqua. Petalo dopo petalo fino a restare curvo su stesso , nudo e triste. Così lei. Aveva perso la gioiosa freschezza dei suoi sedici anni , ed era entrata nell’ombra senza età del dolore.

La sua strada l’aveva portata fino all’atrio del suo portone di casa, gettata sul pavimento sbiadito da anni di calpestio. Roberto non poteva lasciarla lì da sola, non poteva proprio. Impugnò saldamente il coltello e lo puntò deciso al suo cuore. Non avrebbe fatto troppo male: era già spezzato.

La madre le scosse i piedi più forte :”Allora vuoi svegliarti? “ la voce tradiva l’urgenza.

Giulietta con calma tirò giù il piumone del letto e si avviò in bagno . Gettò solo uno sguardo alla madre in attesa e le disse “No, mamma oggi non uscirò, non andrò  a scuola e nemmeno andrò a parlare con Teo. Chiamerò invece Roberto e gli dirò di accompagnarmi alla polizia e tutta questa storia finirà, ma questa volta finirà bene , anche se dovrò cambiare città, nazione o continente. Cambierà perché io voglio vivere e Teo è la morte.”

Entrò in bagno ed iniziò a truccarsi.

Amy0452

2 comments for “Giulietta e il cellulare

  1. Anna Maria Campello
    21 Gennaio 2015 at 21:59

    Un racconto intrigante di grande attualità, ben scritto, con suspence e finale che induce a sperare affinché le donne non temano di fare le necessarie denunce. Brava davvero!!

    • inpuntadipennablog
      23 Gennaio 2015 at 10:38

      Questo commento non verrà considerato come voto, poichè fuori tempo massimo. La ringraziamo ugualmente. 🙂

  2. Maria Rosaria
    29 Ottobre 2014 at 21:00

    Ho tirato un sospiro di sollievo. Un lieto fine fa sempre bene, anche se purtroppo la realtà è più dura. Racconto molto toccante. 🙂

  3. amelia
    29 Ottobre 2014 at 19:29

    Testo commovento pieno di emozioni. Purtroppo è la realtá che oggi circonda noi donne. Di solito il finale è sempre triste, ma è bello leggere un lieto fine. Brava e complimenti.

  4. marcella
    29 Ottobre 2014 at 19:23

    molto bello

  5. rosalba
    29 Ottobre 2014 at 19:21

    bel racconto.

  6. Barbara
    29 Ottobre 2014 at 18:47

    Bello, mi ha emozionato 🙂

  7. athena
    29 Ottobre 2014 at 18:14

    grazie per avere mostrato che un altro finale è possibile 🙂

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *