Non abbandonate le parole

Bisogna stare attenti alle parole. Perché succede, sai, di dire una cosa, la butti lì, magari te ne scordi pure. Come se fossero parole abbandonate per coprire il silenzio, per fare numero. Ma succede che chi le ascolta queste parole, magari se le segna. E non ci ripensa una volta, due, o tre… magari ci ripensa ogni maledetto giorno che, guardando il cielo, lo trova grigio. Grigio come i palazzi di un’anonima periferia. Grigio come i volti delle persone che scruta e che non conosce. Per farla breve, tutte le volte che una somma di fattori gli fanno balenare alla mente, con un guizzo, la seguente conclusione: “Ma io che cazzo ci faccio qui? Che caz-zo ci fac-cio?” A qualcuno può succedere, no?

 

Ed è proprio in questi casi che ti ritrovi, ancora una volta, sulla spiaggia di Igea di 15 anni fa, in uno di quei pomeriggi d’inverno che ti permettono di intuire la primavera. Una di quelle giornate che, con il sole ancora basso e quella luce di taglio, ti autorizzano a qualche stupido cliché di poeta maledetto. Una di quelle giornate che ti è costata 12 ore di treno e tutti i risparmi accumulati in un mese. Una di quelle giornate che, cazzo, se ne valeva la pena. E in quei giorni non hai ancora un lavoro, non hai le bollette che ti aspettano a fine mese e la rassegnazione di una bestia al canile. Cari miei…a quell’età, in quelle situazioni…sei un bastardo randagio dove tutto è possibile, dove tutto è in potenza.

E poi ci sei tu. Seduta su un tronco che la mareggiata ha portato. Accanto a te ci sono io, col pretesto del vento che ruba le parole studio il tuo viso. I tuoi capelli biondi e i tuoi occhi sconosciuti che non ho imparato mai. Tu che non incroci il mio sguardo, forse anche tu calata in qualche parte. Tu ed io, in un’istantanea nel tempo, spaventati e incuriositi da una vita che a vent’anni ha tutto da promettere.

“E poi…mi piacerebbe… che ne so…fare qualcosa che sia un po’ fuori dai normali schemi, da quello che le persone si aspettano da me…fare qualcosa per gli altri…che ne diresti di costruire delle scuole in Cile ?”

Tu sei una scala di legno, in questa radura sulle Ande, incorniciata dagli alberi. Porgendomi la mano mi sorridi. Ti passo un attrezzo. Col dorso della mano ti asciughi il sudore dalla fronte e sbuffi, stanca e soddisfatta. Io accenno una risata e guardo il sole, e quella luce, la stessa luce, che sulla spiaggia della riviera adriatica mi ha portato a dirti: “Perché no?”. E intorno a me, altri ragazzi, che sorridono, che amano, che vivono. Piccole casette di legno costruite con le nostre mani, concrete, utili, che non sono un test di chimica e nozioni di subatomica. Sono vere. E siamo nella nostra di casetta. Piccola, pulita ed ordinata. Tu nel tuo maglione rosso largo sopra i  jeans stazzonati, i capelli raccolti in una coda. Sei stanca, ma hai ancora la forza per buttarmi le braccia al collo e, in punta di piedi, baciarmi. Un bacio pieno di gioia, che lascia il posto al tuo ridere. E io rimango lì…come un cretino…e non mi pento un attimo di quella scelta di qualche mese fa. Mi hanno detto che sono cose che non si fanno, che poi nemmeno la conosci. “E va beh..la conoscerò”. Sì, perché appena canti fuori dal coro, sicuramente hai stonato. Invece, magari, è un assolo. “Mah..non ha senso”. E invece no, adesso sì che un senso ce l’ha ‘sta storia. Una concretezza che i libretti universitari non hanno. La concretezza di queste braccia intorno al mio collo che non lasci, neppure adesso che abbracciati ci dondoliamo verso il letto. Ci cadiamo sopra. Con una mano ti sistemo un ciuffetto che è scappato dalla coda. E ridi con le tue guance rosse. Ridi senza perdere il contatto dei miei occhi. Anche per te adesso è tutto chiaro, come lo è per me. Non serve parlare, a che servirebbe sporcare questo silenzio così loquace? Non c’è niente da aggiungere, niente da togliere.

Una folata di vento ci ricorda che, in fondo, è ancora inverno. Che questo giorno di estate è solo un gioco e una ruspa d’acciaio butterà questo tronco per lasciare posto agli ombrelloni a noleggio, ai gelati, ai bomboloni. “Dobbiamo andare”. Già perché io non sono di qui. Non è il mio posto. Io devo andare alla stazione. Mi aspetta un treno al binario 2 con destinazione “Non essere felice”. E’ venuto a prendermi perché gli hanno detto che ho un sacco di esami da sostenere. Eccolo in lontananza che sta arrivando fischiando. Quel treno insensibile ai miei desideri. Un treno che, portarmi via o travolgermi, per lui è lo stesso. Dal finestrino, con l’odore di sporco delle tendine, ho l’ultima occasione per rivedere i tuoi occhi.

Magari era tutto uno scherzo…magari non era vero niente… Non lo so. Ci sto ancora pensando da 15 anni e forse ce ne vorranno altri 15 per arrivare ad una conclusione.

Una cosa però: non abbandonate le parole…
Allamarein

1 comment for “Non abbandonate le parole

  1. iara
    20 Gennaio 2015 at 16:15

    Parole al vento…..
    Mi è piaciuto!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *