Peccato Mortale
Peccato Mortale

Peccato Mortale

“Ce l’ho o non ce l’ho?”

Amina galleggiava nella vasca da bagno tra bolle di sapone dall’odore speziato, facendosi sempre la medesima domanda. S’immergeva e riemergeva ogni volta senza trovare però nessuna risposta. Fisicamente sapeva che era lì, presente, ingombrante, scomodo, ma sentimentalmente aveva imparato da tempo a essere orfana di padre. Aveva desiderato quello degli altri molte volte, questo sì, era forse un peccato? Se lo era, aveva già peccato, lo stava facendo e lo avrebbe fatto in futuro. Aveva desiderato di trovarlo negli occhi dei suoi uomini, li aveva lasciati tutti; aveva sperato di trovarlo nella forza e nel carattere combattivo di sua mamma, ma adesso purtroppo non c’era più. Alle volte lo aveva intravisto nei lineamenti del suo volto, mentre si guardava allo specchio, ma era un’illusione, un “lui addolcito” negli occhi di una donna bisognosa di quella figura di riferimento. Un padre. Ancora lo cercava, forse lo avrebbe cercato per sempre, forse lo avrebbe cercato invano, intanto aveva imparato da tempo a esserne orfana. Uscì dalla vasca e si preparò ad andare a messa.

La chiesa era ormai avvolta nella semioscurità e si udiva soltanto il rumore dei tacchi della donna in rosso che si avvicinava al confessionale.

“Mi perdoni padre, perché ho peccato…”

Dall’ interno dell’abitacolo ligneo solo un colpo di tosse come incentivo a continuare.

“Sa, sono giorni che faccio sempre lo stesso sogno. Io sono in piedi in chiesa tutta coperta di sangue, mentre alcuni bambini fanno la fila per la comunione, poi…poi…No, padre non mi spinga a continuare, è terribile. D’accordo, le dirò tutto. Si sentono d’improvviso le grida nel vedermi e io che trascino a fatica un corpo per un piede, sì un cadavere, ha capito bene. Mi avvicino alla Mensa con quel pesante fardello e oddio, oddio…alzo le braccia al cielo e grido – Amen, la messa è finita, andate in pace -. È questo che sogno da giorni, da moltissimi giorni”.

Un attimo di silenzio sospeso a galleggiare tra i due.

“Però padre mi perdoni ancora, perché in realtà non comincia tutto da quando sono in piedi coperta di sangue, ma…”

A don Filiberto sembrò che la voce di quella giovane donna suonasse familiare, dannatamente familiare e come preso da un impulso irrefrenabile, scostò leggermente con l’indice la tendina di velluto rosso del confessionale, incrociando con i suoi occhi azzurri quelli neri e ardenti di lei. Ci volle solo un momento per rimettere insieme i pezzi. Ricordò la sua gioventù e quella sua perpetua di tanti anni fa, Zita, quei suoi fianchi generosi, ma sodi, la pelle di cioccolato e il suo sorriso sghembo, ma bianchissimo. Ricordò di come lui a un certo punto si fosse intrufolato, non invitato, tra le sue cosce sera dopo sera, senza darle scelta e di come ne avesse abusato fino al giorno in cui era scappata senza lasciare tracce di sé o almeno questo credeva. Rivide tutto questo in quella ragazza di fronte a lui, ma non poteva essere Zita, erano passati quasi trent’anni…forse era solo un fantasma venuto a tormentarlo.

“Sa, nel sogno inizia tutto da quando mi avvicino al confessionale, scosto la tendina, le punto contro la mia pistola e sparo”.

Don Filiberto ebbe solo il tempo di vedere per intero la figura di sua figlia che lo uccideva e pensare cosa sarebbe successo se quel giorno avesse agito come un vero uomo di Dio, poi Amina prese il cadavere caldo per un piede e cominciò a incamminarsi verso il centro della chiesa, mormorando, passo dopo passo “Ora mi assolverai papà?”.

Viola

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