Vieni a pranzo da noi?  

La sala d’aspetto di un pronto soccorso di ospedale racconta tante storie: tante vite in bilico, tanta sofferenza e speranza. Quella dove mi trovo in questo momento è disastrata: sedie rotte, muri che avrebbero bisogno urgente di un imbianchino, giornali vecchi e strappati,  rattoppi temporanei che sono diventati ormai perenni. Nell’attesa cerco di distrarmi per far passare il tempo anche perché so per certo che i dottori devono fare molti controlli e io non posso far altro che attendere. Da quanto sono seduto su questa sedia? Potrebbe essere anche un giorno, non saprei, ma sono consapevole che questa sosta forzata fa sembrare il tempo più lungo di quanto non lo sia realmente. Sento l’adrenalina scemare e lasciare il posto ad un pizzico di sconforto per la mia sospensione in questo limbo di incertezza continua con la paura di vedere, come in un film,  un medico uscire dalla porta principale scuotendo il capo, guardandomi con occhi imbarazzati: «Abbiamo fatto il possibile…» non voglio sentire queste parole e la disperazione di non vedere più viva la persona che amo mi stringe facendomi mancare l’aria. Mio padre. Il mio eroe, la mia àncora, il mio primo compagno di giochi, l’uomo che faceva sacrifici per farmi stare bene e senza pensieri. Lo immagino sdraiato sul lettino con attaccata una flebo, nervoso perché convinto che sia tutto inutile, certo che quello che ha accusato prima è stato un piccolo malore dovuto alla stanchezza perché lui è una roccia che difficilmente si sgretola e il solo pensiero che possa avere qualche cosa di serio lo ha destabilizzato. Vorrei stargli accanto, tranquillizzarlo, ricompensarlo per tutte le volte che mi è stato vicino quando ero io a stare male. Invece non posso perché lui è dentro, mentre io sto qua fuori. E la cosa mi fa impazzire. Per la prima volta mi sento inutile. Cerco, invano, di tenere l’atteggiamento che ho sempre al lavoro, nella speranza che mi aiuti a gestire la situazione in modo razionale, perché tutti pensano che un carabiniere, con tutte le brutture che vede ogni giorno, sia in grado di gestire le emozioni. Ma no, in questo momento io non sono un uomo con la divisa, sono solo un uomo come tutti gli altri. Cavolo, a mio padre si è fermato il cuore! Come posso essere razionale o stare tranquillo, mentre al di lì di quella porta con i vetri opacizzati probabilmente è tutto un susseguirsi di ordini concitati, scariche elettriche del defibrillatore, uno due tre… Mi sento solo e indifeso, una sensazione strana per me. Cerco di riordinare quella domenica iniziata con la domanda di mio padre prima di entrare in chiesa per seguire la celebrazione della santa messa. «Vieni a pranzo da noi?» E se avessi detto di no? Mio padre sarebbe ancora vivo? La domanda mi martella la mente. Un brivido percorre il mio corpo e solo adesso mi rendo conto che, intorno a me, ci sono altre persone. Quante storie? Quanti di loro hanno il mio stesso stato d’animo? Devo distrarmi dal pensiero fisso per mio padre anche perché mi sento impotente, non posso aiutarlo. Il bambino con la sacca di ghiaccio in testa e un bernoccolo enorme abbraccia teneramente la mamma preoccupata che continua a parlargli sottovoce. Sicuramente le hanno detto di tenerlo sveglio ma se continuerà a parlargli in quel modo lo farà piombare in un sonno profondo. La donna stringe sofferente le bende intrise di liquido giallognolo disinfettante sul dito indice della mano sinistra. Immagino che stava tagliando l’arrosto e, per distrazione o troppa sicurezza, le sia scappato il coltello. Avranno abbandonato il pranzo della domenica per correre in ospedale. Piatti sporchi e forchette disordinate con bicchieri mezzi pieni e bottiglie mezze vuote. Un momento di gioia che si è bloccato, fermato improvvisamente per un’emergenza. Come è successo a me. Continuo a ripercorrere la mia mattinata fino alla domanda fatidica e vedo tutto nella mia mente come fosse il presente: Con moglie e figlia vado in centro alla chiesa e incontro i miei genitori che sono arrivati a piedi da casa loro. «Vieni a pranzo da noi?» mi chiede mio padre. Il fato comincia a giocare ma io ancora non lo so. Ecco, mi trovavo sul bivio che, in quel momento, sembrava semplicissimo da affrontare e senza conseguenze: vado dai miei o a casa mia? Decido di andare. Poi seguo la messa e non mi sembra di ricordare qualche cosa che avrebbe potuto annunciare ciò che poi è successo dopo. Mio padre è sempre stato un tipo allegro e socievole. Tutti i miei amici rimanevano rapiti dal suo carattere. Siamo complici e amici. Siamo gli ignoranti di casa perché non ho finito gli studi come lui per la carriera nell’Arma dei Carabinieri.   La mente mi porta a tavola, nella sala da pranzo dei miei. Scherzo con mio padre, stiamo mangiando il secondo. Che ho mangiato per primo? Non ricordo… Parliamo allegramente di qualcosa e mi giro un attimo verso mio padre trovandolo con il viso dentro il piatto. Non realizzo immediatamente perché lui scherza sempre. «Pa, non fare lo stupido…» Lo prendo dalla testa e lo tiro su notando che è incosciente. Il mondo smette di girare. Sento urlare di terrore intorno a me ma non posso pensare a chi sta urlando perché i miei occhi, i miei sensi e tutta la mia attenzione è focalizzata su mio padre. Ripercorro velocemente le lezioni serali, sul manichino, fatte alla Misericordia. «Ehi Luca» sento la voce dell’istruttore «Pompa sul cuore con tutta la tua forza che tanto non gli fai male…» Gli occhi spenti di mio padre mi rapiscono per qualche secondo e la mia incertezza fa agire mia madre nell’immediato: ma sta sbagliando. Prendo la mano di chi mi ha portato in grembo e la spingo via. Non ho tempo di spiegarle che sta sbagliando nel tentare di aprire la bocca dalle labbra. «Chiama il 118!» le urlo in faccia. Premo sulla sua mandibola e gli faccio aprire la bocca. Levo il bolo che si è fermato nella sua gola. Perché la teoria è maledettamente semplice? Il manichino è inanimato e, per questo, lo prendi con più tranquillità. Mi appare tutto come se fossero in un’altra dimensione. L’adrenalina mi da la scossa che mi serve e, velocemente, sferro un cazzotto in petto a mio padre all’altezza del suo cuore, poi lo prendo alle spalle e pratico la manovra di Heimlich. Mi decido e cerco di metterlo a terra. Non riesco a farlo perché lui si sveglia interrompendo le azioni di tutti i presenti. «Luca come mai sei così bianco in faccia?» Vorrei ridergli in faccia. «Andiamo in ospedale» mi guarda ma non replica perché ancora stordito «Subito!»   Mia madre entra nel pronto soccorso con la faccia bianca seguita da mio fratello che ha gli occhi smarriti. Cerchiamo di ricostruire quanto accaduto. «Se non ci fosse stato Luca…» mia mamma lo ha detto facendo rimanere la frase sospesa mentre io continuo a pensare alla domanda che continua a martellarmi in testa. «Vieni a pranzo da noi?»   Finalmente arriva un dottore. Ci dice che il cuore di mio padre si era già fermato altre volte in passato, ma lui non se n’era mai accorto perché tutte le volte durava pochissimo. Gli metteranno un pace-maker. Solo quando lo vedo, nel reparto di cardiologia, ritrovo l’uomo dallo spirito giulivo che, ridendo con l’infermiera, mi indica dicendo che gli ho salvato la vita. Sorrido per il grande regalo che mi ha fatto Dio lasciandomelo in vita.   Sono passati molti mesi da quel giorno. Mio padre, con quell’apparecchio, sembra rinato. Una seconda vita, dice lui. Non esiste giorno in cui io non ringrazi il Signore per avermelo fatto rimanere un altro po’ sulla terra. Oggi è domenica. «Vieni a pranzo da noi?» mi chiede distrattamente prima di entrare in chiesa. «Certo pa’» rispondo abbracciandolo «Sennò chi ti rianima se ti succede qualche cosa?» La sua risposta non è linguaggio da chiesa ma, dopotutto, noi siamo gli ignoranti di casa, e ci piace esserlo sempre.

Luca Trovato

9 comments for “Vieni a pranzo da noi?  

  1. Anna Maria Campello
    21 Gennaio 2015 at 21:43

    Sentimenti profondi, spesso difficili da esprimere con tale slancio e partecipazione. In questo toccante e pregevole racconto scritto con il cuore, oltre che con scorrevolezza e bravura, emergono con straordinaria limpidezza. Parole che denotano una non comune sensibilità e sono da insegnamento facendo riscoprire antichi valori ineludibili come l’amore per i genitori e la gratitudine. Grazie Luca!

    • inpuntadipennablog
      23 Gennaio 2015 at 10:38

      Questo commento non verrà considerato come voto, poichè fuori tempo massimo. La ringraziamo ugualmente. 🙂

  2. ilaria
    11 Gennaio 2015 at 14:11

    Mi piace

  3. Stefania Fiorin
    19 Dicembre 2014 at 20:00

    Mi piace . Bella descrizione di stati d’animo e differenza, bravo!

  4. Patrizia
    19 Dicembre 2014 at 19:16

    E così dettagliato che mi sono sentita spettatrice di quella giornata.
    Amare un genitore, resta il ringraziamento più bello che si possa dare, dopo aver ricevuto.
    Molto profondo.

  5. 19 Dicembre 2014 at 19:09

    Onora il padre e la madre. Ci voleva un comico per ricordarlo a milioni di italiani. I genitori, insieme ai figli, sono il bene più prezioso, e spesso ce ne rendiamo conto proprio quando rischiamo di perderli. Racconto struggente, mi ha fatto palpitare il cuore e stringere la gola da un groppo di commozione. E non mi accade facilmente. Penso a mio padre, che ha quasi novant’anni, alla roccia che era da giovane. Alla creatura fragile che è adesso. Se credessi in Dio, lo ringrazierei per ogni istante che mi concede della sua vita. Grazie, Luca Trovato, per le emozioni che mi hai regalato con la tua storia.

  6. Amelia Balsaro
    19 Dicembre 2014 at 18:35

    L’ho letto tutto d’un fiato e mi ha commosso fino alle lacrime. Vi ho ritrovato un po’della mia vita, e di quanto inseguiamo spesso cose inutili tralasciando l’importanza dei rapporti umani soprattutto quelli con i genitori che sempre troppo presto ci lasciano. I miei mi hanno lasciato quando ancora avevo tante cose da dir loro.

  7. Rosy
    19 Dicembre 2014 at 17:53

    Bello…brutti ricordi per fortuna finiti bene.

  8. vale
    19 Dicembre 2014 at 17:08

    Zio…mi hai fatto piangere!

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